Riavvolgere giugno 2026

Riavvolgere giugno 2026

Ai più non interesserà, come si suol dire, un beato palo della cuccagna, ma l'inizio dell'estate è da sempre lo spauracchio numero uno per il sottoscritto. Non ho mai ben capito se la causa principale siano propriamente le temperature pandemoniche che corrodono le carni di noi poveri cristi nati al di sotto della Linea Gustav, o se fosse più per l'odio istintivo suscitato sin dall'infanzia dai furori di massa delle prime giornate di spiaggia (quello che ai tempi ero solito chiamare 'l'effetto Baby K'). Forse un mix di diverse cose, a cui oggi si aggiunge un mortificante (per noi italiani, s'intende) Mondiale di calcio, e uno sterile clima di furori politici da polemichetta social. Lato musica, neanche a dirlo, le uscite tendono a prendersi una pausa, intimorite da quel moloch industriale pronto a egemonizzare il mercato e a divorare ogni possibile competitor (se da un lato sono già usciti i singoli di Samurai Jay e di Jovanotti con Alfa, non oso immaginare che soglie di inquinamento acustico si potranno raggiungere quando verrà fuori il canonico jingle pubblicitario di un'Annalisa). Bisogna fare di vizio virtù, così raccolto un po' di forze e ho aperto la mail redazionale cercando di rincuorarmi con quello che ho.

Ho iniziato così a immaginare l'afa al di fuori del mio studiolo ventilato, ascoltando il primo disco dei Kitemoi. Penso alla sala prove umida e mefitica di una degradata periferia urbana, penso al sudore che discende dai torsi nudi e che sobbalza dalla pelle del rullante, penso alla foga animalesca del punk viscerale in quella gabbia di quattro mura malamente insonorizzate e di quella città abulica a qualsiasi stimolo, praticamente un mix tra This is England e Kamikazen. È la magia dell'Oi! e della sua schiettezza senza fronzoli, capace di rendere universale anche una peculiarità generazionale o localistica, che sia il barista del quartiere, il capo ultras del paese o anche lo stesso nome (non servirà il sottoscritto per capire il gioco di parole con Kitemmuort), elevandoli a simboli universali, allegorie umane presenti in ogni tempo e luogo.

Mi piace poi immaginare di non essere il solo a odiare quell'insensata euforia estiva che pervade la comunicazione di massa non appena il calendario inizia inesorabilmente a segnare quella prima settimana di giugno. Può capitare difatti di imbattersi anche in chi, davanti al meriggiare pallido e assorto di questo periodo sterile provi un senso mortuario dell'Essere. È più o meno questo che mi ha fatto pensare il secondo disco dei Kint, a loro volta 'ossi di seppia' di quella gigantesca macchina funebre in salsa screamo che fu The Death of Anna Karina. Le martellate sul rullante di New Waves scandiscono il tempo come dio Chronos, segnando i secondi rimanenti (ma più che di questa maledetta stagione, forse delle nostre misere vite). Quando entrano le acidule chitarre neilyoungiane di Lone Wolves ci ricordiamo anche della nostra inconsolabile solitudine in questo mondo. Una boccata d'ossigeno per la mia personale estate, come cantavano i Deftones.

Trovo anche la forza di rincuorarmi e pensare che alla fin fine non stia così male, immaginando quelle code interminabili ai caselli autostradali del Sud Italia per raggiungere un traghetto. Ore di attesa tra la campagna brulla, la polvere, il sole torrido che dopo 5 ore d'auto comincia a regalare allucinazioni mistiche, le macchine in fila che, una dopo l'altra, finiscono per diventare più alienanti di una piazza dechirichiana. Mi dà queste vibes il terzo album dei Red Sun, piacentini ed emiliani non tanto come la grandeur sinfonica Verdi e l'Opera, quanto cosmici e alienanti come se la pianura padana fosse la Sky Valley. Il deserto del Po nella loro musica non vivrà granitico e furioso come le sgasate di motore dei Kyuss, ma l'atmosfera è abbastanza lisergica e sospesa per un ottimo 'viaggio' estivo, pur restando in casa. C'è anche qualche divagazione kraut (The Secret Dope).

Decisamente più intimista e conciliante con la sospensione immota dei pomeriggi estivi il debutto di Marco Kotov. Una chitarra acustica, una registrazione (volumente) 'di fortuna', una voce tra l'afflitta e l'indolente, e tanti riverberi, musicali o mentali che siano. Un giorno ci sveglieremo da questa botta e magari realizzeremo che questa wave generazionale sta agli Zoomer quanto l'emotronic stava ai teen years di noi scalognati millennials (con la differenza che questo indie lo-fi si prende incredibilmente sul serio). Sarà anche hopecore come reazione positiva ai contenuti malinconici ad arte di TikTok, ma da vegliardo 30enne quale sono (un po' fuori da queste dinamiche algoritmiche), questa musica, tutta votata al tocco delicato sui tasti dell'emotività col 'pedale una corda' ben premuto, non fa che riportarmi con la mente alle estati che furono, forse persino dell'infanzia, o almeno all'immagine astratta e idealizzata che ne portiamo raggiunta la soglia della maturità.