Ripensare maggio in 4 EP - parte II
Contro ogni mio auspicio, l'estate alla fine è davvero arrivata e con sè porterà, come ogni anno, la stasi discografica fino a settembre (perchè, a meno che la mia psiche non mostri cedimenti, non credo che porterò sulle nostre pagine uno speciale sui singoli da spiaggia). Tenendo fede però alle mie promesse, offro qui alla vostra attenzione una parte II del nostro appuntamento mensile, stante il vorace calendario di uscite che ha segnato il maggio ormai già da un po' trascorso.
1 | Tommi Scerd - C'era una Volta

Non credere più al mercato e non provar dolore, non credere più al futuro e non cercar rifugio. Sono ritratti di precariato, di 'soldati senza missione, senza riserve di munizioni, senza volare mai coi piccioni', di 'uno spaventapasseri tra la Nato e la Nasa assieme ai compagni in un semestre filtro', sono le traversie di Elso "andato a lavorare nel deserto del Qatar". Tommi Scerd veste i panni di cantastorie in questa galleria di quadretti biografici, talvolta assumendo i connotati esoterici alla Battiato (Stella Maris), ma conservando per lo più una cifra intimamente narrativa alla De Andrè. L'orientalismo, presente nei sottotitoli ma quasi del tutto assente nel percorso sonoro del disco, si presume abbia più un valore evocativo e di tributo (il lavoro è nato tra Italia e Cina) che programmatico. Cantautorato intimista che personalmente metterei in comunicazione, rimanendo nel tracciato italiano, all'ultimo disco di Matteo Alieno, laddove quest'ultimo predilige una via più pop e revivalista, mentre il nostro adotta uno stile da storytelling che esige più immedesimazione dall'interlocutore.
2 | Atom Lux - Weirdos From Teegarden B

L'atmosfera è sempre quella un po' da B-movie americano tra le dune del deserto del Nevada e allucinate apparizioni aliene in cielo. È una grammatica coattamente mutuata dalla cultura a stelle e strisce del South East e che nel concept ideato dagli Atom Lux per questo EP strappa anche un sorriso (insomma, ci si è sempre chiesti perchè al cinema le invasioni extraterrestri avessere sempre gli USA come sfondo e mai a Sapri o Salerno). La cura vintage nel melmoso sound stoner è però qui talmente meticolosa da farti dimenticare per qualche secondo si tratti di un collettivo italianissimo e degli anni '20 di questo secolo. Si apparenta in qualche modo a recenti lavori italiani come quelli degli Oreyon e dei Lovvbömbing! (di cui parlammo qui) e in particolare a questi ultimi, con cui Weirdos From Teegarden B condivide la vena garage, iconoclasta e lisergica, che non si esime dal ripescare persino synth analogici dal prog anni '70 e linee di basso vertiginose a cui non siamo più abituati. La tracklist è anche piuttosto breve rispetto ai canoni dilatati del genere, ma il trip è dietro l'angolo, a partire dal finale della titletrack fino agli arpeggi Kyuss di Zombie Ant Fungus Strike.
3 | Bausan - Vespri

Un piacevole e impalpabile alt rock all'italiana. Se le chitarre shimmering dell'opening rimandano agli incantevoli paesaggi sonori sempre sul punto di accendersi che hanno contraddistinto tanto underground nostrano fino alle recenti uscite dei Katana Koala Kiwi, brani come Autunno ed Ex 5 hanno già quel retrogusto cantautorale dell'indie che fu (Colombre, Giorgio Poi) con tanto di synth vaporosi e lo-fi. VeraMente sembra fare inizialmente il verso a The Kill prima di prendere una piega anche qui più introspettiva e da ballad fino al break down finale, mentre Logonovo torna in chiusura a giocare con gli arpeggi fluttuanti di basso e chitarra alla Incubus, salvo alternare i consueti momenti melodico-sanremesi su base di synth. È un debutto ben arrangiato e stratificato quello di questa band stabilita tra Milano e Ferrara, con suoni non banali e un buon dosaggio di 'spinta' e 'distensione'. Lo step successivo al biglietto da visita di Vespri sarà trovare un'unità d'effetto sul lungo formato.
4 | Nobody Cried for Dinosaurs - The Dark Age

Le danze macabre erano un memento mori, ricordavano a tutti, donne e uomini, giovani e vecchi, che mentre si trastullavano in feste e svaghi mondani, la morte incombeva su di loro. Un richiamo di questo tipo te lo aspetteresti sulla copertina di un disco doom o black metal, non di un quartetto garage dalle chitarre acidule, i bassi roboanti e la voce saturata. In effetti la scaletta viene introdotta da un solenne organo funebre, ma che serve solo a calarti nel concept (o metterti fuori pista). Affiorano invece qua e là spunti surf come nel finale di Anhedonia o persino momenti Arctic Monkeys (Goblin), ma nel complesso del quarto d'ora di Dark Age si respira un forte debito verso l'alt rock britannico di inizio anni '2000, una vena a tratti placebiana e a tratti Alex Kapranos. Particolarmente sferragliante e distorto, un po' meno lisergico o luttuoso rispetto alle premesse.