Turnover - Down on Earth
6.8
È una linea dello spaziotempo incredibilmente complicata e mortificante quella che stiamo vivendo. Tensioni geopolitiche, popoli sotto macerie e recessioni economiche rendono pressocché meschino parlare ottimisticamente di sogni, di futuro e guardare al proprio orticello. E così, anche una band come i virginiani Turnover, che pure aveva epitomizzato lo svuotamento emotivo post-relazione (Peripheral Vision) e i sentimenti raggianti di una pura devozione all'Altro (Good Nature), decide ora di tornare letteralmente 'sulla terra'. È stata una vera e propria trasformazione istrionica la loro, partiti quasi come la classica emo kids band, salvo poi inserire elementi dreampop nella loro palette prima di intraprendere una lunga escalation verso vette ipnagogiche con gli ultimi Altogether (2019) e Myself in the Way (2022). Che una depurazione da quella psichedelia ipnosessuale un po' yacht ci sarebbe stata, l'aveva lasciato presagire il loro tour celebrativo dell'anno scorso in occasione del decennale di Peripheral Vision, il disco-feticcio che li aveva lanciati sul mercato indie rock mondiale. Ed effettivamente, questo sesto capitolo della loro discografia sancisce effettivamente un ritorno al sound più indie e chitarristico dei primi anni '10.

Down on Earth riporta al centro gli arpeggi jangly di chitarra e i bassi rigogliosi di Good Nature; la voce di Austin Getz, ora sposato e probabilmente non più incline ai drammi post-adolescenziali o agli entusiasmi romantici degli inizi, sperimenta con il baritono più disteso verso vibes vagamente alla Ian Curtis. Il disco parla di persone che cercano di sfuggire alla gravità emotiva della vita, ma che vengono continuamente richiamate alla fragilità terrestre. E così i più classici squarci dreampop della band sono inframezzati da un canto grave, a tratti lamentoso: I See You and Realize è praticamente un loro tentativo di revival post-punk; My Head is a Curtain è una ballad struggente che funge quasi da metafora all'intero lavoro ("I'm old enough to know that you can't have everything that you want, but I wish I could go at the speed of light"). Vorresti sognare, ma questi tempi sono un rincorrersi di notizie inconsolabili che ronzano nella mente come pensieri intrusivi, come 'piccole api', richiamate dalle distorsioni acidule alla MBV nell'omonimo brano. Spade Head chiude con impalpabili accordi a 5 dita alla Cocteau Twins.
Pensare di osare di più rispetto alle ultime uscite, almeno per come il sottoscritto riesca a immaginarselo, si sarebbe tradotto in uno snaturamento troppo vistoso rispetto al dna della band. Il risultato complessivo è invece qui un disco introspettivo, ma con un tono pur sempre sedativo e fluttuante: una versione di Good Nature meno luminosa e meno ardente di speranza, dimostrato anche dai momenti più vivaci come Nightjar, dove un velo di buio incombe incessante anche tra le melodie più eteree ('Your song filled with sadness agonizing but so sweet somehow'). Non ci saranno i momenti trippy che i fan più recenti potevano aspettarsi, ma questo è ciò che i nostri Tempi (e non solo i Turnover) possono darci.