10 anni di interpretazione dei sogni secondo Le Sacerdotesse dell'Isola del Piacere

10 anni di interpretazione dei sogni secondo Le Sacerdotesse dell'Isola del Piacere

A metà degli anni '10 l'Italia viveva un periodo particolare, tra l'Oscar a Sorrentino, l'impresa di Ranieri in terra albionica, l'ormai proverbiale referendum renziano e i terremoti in Centro Italia. Ma anche in ambito musicale il Bel Paese si preparava a una bolla (che tale sarebbe rimasta, per quanto longeva) con l'uscita di dischi come Aurora de I Cani, Mainstream di Calcutta o Completamente Sold Out dei thegiornalisti. Se la bomba indie era ormai stata innescata risalendo nelle classifiche algoritmiche nazionali fino alle soglie del totale mainstream e, dall'altro lato invece, una schiera di progetti più 'alternativi' continuavano ad aver vita nel sottobosco (in quel periodo uscirono ad esempio dischi notevoli di Shizune, Soviet Soviet e Klimt 1918), c'era anche chi avanzava una proposta intermedia. Tra le nebbie della Pianura Padana emergeva, infatti, il secondo album de Le Sacerdotesse dell'Isola del Piacere, dopo il debutto con Tutto (2014). Tra arpeggi e schitarrate che rimandavano direttamente agli anni '90 e un appassionato repêchage in fonti letterarie, Interpretazione dei Sogni veniva pubblicato da V4V e Cludhead Records nel 2016, quasi a voler colmare un vuoto culturale in Italia. Un vuoto decretato dall'ormai da tempo conclusa stagione a metà tra noise e cantautorato che aveva fatto le fortune dell'underground italiano per quasi un decennio, chiusa quasi simbolicamente l'anno prima dai due volumi verdeniani di Endkadenz. L'opera de Le Sacerdotesse era forse tutto ciò che meglio poteva rappresentare la Provincia del Nord Italia del tempo e di ogni tempo: un tentativo di fuga, che fosse nella dimensione onirica (da cui il titolo), o letteraria, o molto più semplicemente musicale. Un'opera, per certi versi, attuale anche oggi come si presume possa esserlo anche fra un altro decennio. Per ripercorrere la strada che portò a quel progetto discografico, ne abbiamo parlato con la band stessa:


Sono passati 10 anni da Interpretazione dei Sogni: riuscite oggi ancora ad ascoltarlo e a ritrovarvi in quelle canzoni?

Non lo riascoltiamo da tanto, ma lo sentiamo sempre vicino visto che suoniamo spesso qualche canzone di quel disco dal vivo. Nonostante sia cambiato in un certo senso il nostro modo di suonare, non sentiamo nessun distacco sinceramente. Ci ritroviamo ancora nella scrittura “immediata” che caratterizzava quelle canzoni. Ma l’adolescenza non c’entra (avevamo ben più di 30 anni), eravamo piuttosto alla ricerca di semplificazione e autenticità.

Ripescando un po’ dalle recensioni del tempo, uno dei concetti più ripetuti era “un disco italiano che sogna l’America anni ‘90”, che è un po’ una frase-tormentone di tanta editoria musicale nostrana, a volte anche un po’ riduttiva se non svilente. Voi vi sentivate parte di una scena italiana o avevate realmente un po’ questo complesso ‘esterofilo’?

Abbiamo vissuto gli anni ’90 in diretta, da ragazzi, appassionati di rock alternativo, grunge, Motorpsycho, Dinosaur Jr, ecc., e rock indipendente (anche italiano, per quel poco che c’era in giro). Quindi per noi queste ispirazioni erano reali e non dovute al revival che c’è stato ultimamente. Anzi, forse dieci anni fa gli anni ’90 non erano ancora tornati così di moda. Ci ha fatto piacere ricevere tante recensioni, perché a parte le frasi fatte erano molto positive. Per quanto riguarda la scena italiana, non credo ce ne fosse una... Per assurdo abbiamo molti più giovani che ci seguono adesso. Dieci anni fa, come oggi, non ci sentivamo al passo coi tempi.

Il disco era a quasi totale trazione chitarristica, senza però mai diventare particolarmente violento da un punto di vista sonoro. Era una precisa scelta emotiva in quel momento?

Per quanto posso ricordare abbiamo sempre cercato un punto di incontro fra l’avere un buon impatto sonoro e fare canzoni orecchiabili. Va anche detto che negli anni di Interpretazione dei Sogni e Alle Onde suonavamo in quattro, con due chitarre, e questo sicuramente influiva notevolmente sotto molti punti di vista (oggi siamo in tre, come nel periodo del nostro primo LP Tutto e l’ultimo 2002).

C’è un pezzo nel disco di cui avete ridimensionato la portata e uno che invece avete rivalutato col tempo?

Il Mio Magico Corpo è l’unica canzone dell’album che non abbiamo mai proposto dal vivo, non sappiamo bene il perché, ma a volte capita che una canzone venga accantonata. Kafka invece negli ultimi anni è uno dei nostri pezzi più ascoltati, e cantati dal pubblico ai concerti, questo ovviamente è un buon metro per valutare le nostre stesse canzoni.

Il titolo del disco rimandava programmaticamente a un immaginario specifico e a un linguaggio di simboli, quindi la domanda era quasi inevitabile: perché tutti questi cavalli?

Freud è l’autore del titolo dell’album, e il cavallo è presente in Freud come protagonista di tanti sogni. Le canzoni di quel nostro periodo avevano tutte ispirazione onirico-letteraria. Il concept si è sviluppato via via che le canzoni e i testi prendevano forma.

Attingevate da Kafka, Cummings, Conrad: vi sentivate un po’ controcorrente?Soprattutto in quel periodo in cui l’itpop italiano, una corrente che ha praticamente ucciso la liricità in favore della ‘quotidianità’, stava praticamente esplodendo?

Sì è vero si cerca sempre di andare controcorrente. Comunque le varie citazioni sono ispirazioni libere, non c’era nessuna intenzione di parlare di letteratura, solo di prendere in prestito immagini forti. I testi infatti sono minimali, l’idea è sempre quella di descrivere paesaggi interiori.

Com’è cambiato in questi anni il vostro modo di approcciarvi alla scrittura rispetto a quel disco? E, almeno per la vostra impressione in prima persona, come pensate sia cambiato il contesto musicale nel nostro Paese?

Dopo Interpretazione dei Sogni abbiamo registrato altri due album e quest’anno ne uscirà uno nuovo. Il tempo passa e sono cambiate un po’ di cose, anche all’interno della band, la musica è anche il risultato di questi cambiamenti. Certamente si è consolidato molto il nostro modo di suonare insieme e questo lo sentiamo sia nella fase di composizione che dal vivo; tutto è molto spontaneo, a volte improvvisato, ma ci ritroviamo sempre. Le canzoni sono sempre canzoni (dovrebbero stare in piedi indipendentemente da come vengono suonate e prodotte), mentre il risultato sonoro è influenzato dai tempi che corrono. Abbiamo sempre cercato di portare in studio l’immediatezza dei nostri live, e lo facciamo ancora. Nel 2024 abbiamo ripreso a suonare dal vivo dopo una lunga pausa e ci siamo accorti subito di un cambiamento radicale rispetto a 10 anni fa: nel pubblico vediamo tanti ragazzi molto giovani, probabilmente c’è stato un po’ di ricambio, o il ritorno a una musica suonata “per davvero”, anche se solo in una piccola nicchia. Speriamo che questa tendenza segni il ritorno di una sensibilità musicale che manca da parecchi anni.