Just for a Day, il disco giusto nel momento sbagliato

Just for a Day, il disco giusto nel momento sbagliato
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Nel settembre del 1991, sul palco del Boston Birthday Bash salirono i Chapterhouse, una band shoegaze di Reading in tournée negli USA. Il loro live era fissato a metà scaletta, subito prima degli Smashing Pumpkins, freschi del loro primo album (Gish), e subito dopo i Nirvana. Il giorno dopo sarebbe uscito Nevermind, destinato a cambiare per sempre il panorama musicale mondiale. Il disco dei Nirvana rappresentava la versione 'surrogata' di un sound che da anni si stava sviluppando nel Nord Ovest d'America. Un suono non troppo distante dallo shoegaze britannico nella combinazione tra chitarre distorte e melodie spiccate, ma molto più primitivo, viscerale e diretto, privo delle sfumature delicate o di quelle voci, per così dire, “effeminate”. E una volta che Smells Like Teen Spirit uscì dal laboratorio, la febbre del grunge divenne presto una pandemia globale, mettendo tutto in secondo piano, shoegaze compreso. La stampa musicale iniziò così a idolatrare l'American Invasion della Sub Pop: le era più congeniale perché composta da eroi tradizionali che interpretavano ruoli molto tradizionali, con vittime e tossicodipendenti, hard rock, capelli lunghi e Courtney Love. Era come una soap opera. Fu in concomitanza con questa epidemia che il Melody Maker coniò il termine 'shoegaze' (in senso dispregiativo), proprio per contraddistinguere quella scena come 'meno potente' e un po', per l'appunto, più 'shoegazey'.

Nello stesso mese in cui la bomba grunge veniva innescata dal secondo LP dei Nirvana, la Creation pubblicava il primo album degli SlowdiveJust for a Day. Anche in questo caso una band di Reading, fondata da Neil Halstead e Rachel Goswell, due amici d’infanzia con salde radici nella scena goth (appassionati di Siouxsie and the Banshees, The Cure e Sisters of Mercy). Le loro origini post-punk erano evidenti sin dal nome (un tributo a un brano di Siouxsie, Slowdive), ma anche e soprattutto nelle linee di basso di Nick Chaplin, che amava tutte le band in cui "il basso suona come se non fosse un basso", da Peter Hook a Simon Gallup. Rachel ammirava anche il canto inattingibile di Elizabeth Fraser nei Cocteau Twins, ma l'innesco del loro sound fu Psychocandy (1985) dei Jesus and Mary Chain: da quel momento Neil iniziò a comprare ogni sorta di pedale iniziando con le distorsioni. Sottoscritti sin da subito da Alan McGee della Creation (etichetta che dalla metà degli anni '80 dettava legge in quanto a gusti e mode alternative della gioventù britannica), la band pubblicò il suo primo EP omonimo tra gli entusiasmi della critica: NME apprezzò "la loro atmosfera drammatica e le distorsioni scintillanti che creano increspature sublimi", e persino il sempre caustico (con le band della scena) Melody Maker, che non mancò di ironizzare sul fatto che i loro brani assomigliassero a "demo dei Cocteau Twins", dichiarò che "gli Slowdive sono una rivelazione". Il successivo EP, Morningrise (1991), andò ancora meglio, con la title track che raggiunse la prima posizione della Top 20. In quei mesi la band si esibì a Manchester insieme ai Ride, tra i pionieri dello shoegaze sin dal 1988 (e da sempre considerati quelli ritmicamente più coinvolgenti del genere); Andrew Mueller non apprezzò la performance di questi, elogiando al contrario quella degli Slowdive:

"Fu tanto cool quanto tagliente (il che è un positivo paradosso), il loro suono etereo e nebuloso è cosi impeccabile e sereno che qualsiasi parola cantataci sopra risulta quasi superflua. Con una notevole economia di mezzi, si fondono con i suoni dei brani e diventano parte integrante dell'atmosfera generale. Poche parole, ma ricchezza di sentimenti"

In netto contrasto con gli elogi quasi universali che la band aveva ricevuto fin dal primo EP, la tiepida accoglienza dell’album segnò la prima crepa visibile nell’argine dello shoegaze. Ma, a dire il vero, la band stessa è ancora oggi la prima a dire che Just for a Day non era il loro lavoro migliore. Per Neil Halstead si tratta del loro lavoro più debole: la band al tempo non aveva nessuna canzone e andò praticamente in studio a scrivere e registrare 6 settimane, con McGee che li implorava di inserire il loro singolo, Catch the Breeze. Il Melody Maker rincarò la dose attraverso Paul Lester che espresse la sua delusione per "un mix di stanca letargia e grossolana eccessiva sicurezza che lo resero uno dei lavori più cupi dell’anno”. Paul a quel punto, memore di due full lenght da lui ritenuti altrettanto deludenti come Nowhere (1990) dei Ride e Whirlpool (1990) dei Chapterhouse, si chiese se questo genere fosse in fin dei conti davvero in grado di reggere il formato long-playing. Iniziò una sorta di fuggi fuggi dalla nave che affonda: il chitarrista Christian Savill si sentì persino dire da un giornalista che "tra sei settimane sarebbe tornato a sistemare scaffali". A detta del batterista, Simon Scott:

"C’era questa frenesia attorno allo shoegaze che diventava molto popolare, ma è svanita in fretta. Era come dire: “Al diavolo tutto questo, abbiamo appena ascoltato Nevermind”, e hanno cercato molto rapidamente di seppellire tutte quelle band"

E forse non è un caso che, proprio per il loro suono più grintoso, il primo album degli oxfordiani Swervedriver, Raise (1991), sia stato accolto decisamente meglio dalla critica: "Raise è un grande road movie per le orecchie di quelli che hanno hanno pigramente inserito gli Swervedriver nello stesso calderone della ‘Scena’… per poi ignorarli

Just for a Day si apriva con Spanish Air e Celia's Dream, eleganti cattedrali di suono ispirate dalle costruzioni dei Cocteau Twins e di Brian Eno (che poi avrebbe collaborato con loro in veste di produttore per Souvlaki, 1994), saggi di una capacità inusitata di sfruttare chorus e flanger. Catch the Breeze sarebbe diventata un simbolo della band, una suite malinconica basata sul contrasto tra due parti: una minore e un'altra, più potente, maggiore, sommersa da una coltre di fredde frequenze acute che sovrastano la voce. Primal emana un'atmosfera tragica e cupa con la sua coda di violoncelli; in Erik's Song si sfocia quasi nell'ambient. Trasportato da solenni intrecci di chitarra, voce, pianoforte e archi, Just for a Day fluttuava come una nuvola folk-rock barocca. C'è anche chi, come Dave DiMartino, considerava questo sound un mix tra la cupezza dei Cure prima del successo pop e i Fleetwood Mac di Future Games (1971). Ad ogni modo, questo genere di produzioni lente, fluide e atmosferiche erano a loro modo la risposta al rock degli anni ’80, nato dalla coda del punk e per questo ancora molto “terreno”. La reputazione del disco è senz'altro migliorata a posteriori: oltre al discreto successo commerciale e la 32° posizione nella classifica UK degli album, nel 2016 Pitchfork lo ha classificato come il 7° miglior album shoegaze di tutti i tempi. Oggi è considerato una pietra miliare del genere, talvolta persino la fonte da cui è nato tutto il movimento (ma è ben noto che non è così). Del resto l'ambiente shoegaze è sempre stato settario per definizione: gli venne affibiata l'etichetta di "scena che celebra sè stessa" proprio perchè frequentata sempre dai soliti. Una ghettizzazione dovuta al fatto, con ogni probabilità, che la loro attitudine dimessa sul palco fosse dai più poco apprezzata.