Alberto Fortis: "Per la stampa ero il primo cantautore rap, oggi la mia scommessa si chiama Sentimental City"
A 12 anni dall'ultimo album di inediti (Do l'anima, 2014), Alberto Fortis, tra i conclamati esponenti della golden age del cantautorato italiano, firma il suo atteso ritorno con un nuovo disco dal titolo Sentimental City. Un progetto che coniuga l'autorialità che l'ha sempre contraddistinto con un'urgenza di riflessione sulla contemporaneità, sulla scorta anche delle sue recenti esperienze per la pace. In questa lunga intervista, Alberto ci guida tra le pieghe del nuovo disco, svelando anche alcuni retroscena del passato. Qui la nostra conversazione:

Sentimental City arriva a 12 anni dal tuo ultimo album di inediti. Cosa ti ha fatto sentire che era arrivato il momento giusto per riaffacciarsi sul mercato?
È vero, arriva dopo 12 anni da Do l'Anima, costruito a quattro mani con Lucio Fabri e tanti ospiti. Nel frattempo però ci sono state tante cose (singoli, live, promozione etc.) e ho fatto un po' avanti e indietro con gli Stati Uniti, seminando belle collaborazioni. Ogni cosa al suo momento. Sentimental City già nel titolo porta la sua bandiera, è un concetto che esprimo sempre nei miei live: il desiderio di ricostruire dalle macerie di cui siamo da troppo tempo testimoni, di questi equilibri economico-politici basati sulle guerre. È tempo del risveglio, di andare ad abitarla insieme questa Città del Sentimento, che è un luogo fisico, ma anche mentale. Ho maturato questa mission soprattutto negli ultimi due anni, aderendo alla città dell'arte del maestro Michelangelo Pistoletto e al suo progetto per la pace preventiva. A dicembre, peraltro, diventerò ambasciatore per la pace per il segretariato al Summit Mondiale dei Premi Nobel. Ecco che cos'è ideologicamente Sentimental City. Dal punto di vista artistico è una scommessa che ho fatto, maturata attraverso tutti i feudi di collaborazione che ho avuto nelle diverse città in questi anni (Milano, Torino, Pescara, Roma e Napoli). L'aspetto ritmico, ad esempio, l'ho affidato alla piattaforma di lavoro di Milano, ai co-produttori di Simone Bertolotti (ndr. producer di Malika Ayane e Marrakesh), e Franco Cristaldi, compagno d'armi sin dagli inizi con la mia band storica, i Flying Foxes. All'orchestra sinfonica di Piazzo San Carlo di Napoli, invece, ho affidato le esecuzioni orchestrali. Cito in particolare il primo contrabbassista, Gianni Stocco, mio fan da quando era 20enne, in quanto ha partecipato alla produzione anche suo figlio, Luca (producer di Samurai J), che grazie al padre ha conosciuto molta mia musica. È un disco, quindi, che gode anche di questa trasversalità generazionale che mi ha sempre affascinato.
Il primo singolo, Shopping con Alanis,nasce da un tuo incontro reale a Los Angeles negli anni '90 con la Morissette, trasformato poi in un racconto surreale in un centro commerciale. Ci racconti di questo episodio?
Si tratta di un capitolo che ritorna al concetto di Sentimental City e dei contrasti che viviamo, perché da una parte c'è il grande magazzino, che fa parte della nostra quotidianità e dall'altra c'è la possibilità casuale, a volte fortunata, di incontri che non ti aspetti, anche l'amore della tua vita. È questo passaggio tra la realtà e il sogno, che tanto è utile nell'arte, quanto nella vita. In questo caso per me è stata la figura di Alanis Morissette, che ho conosciuto a Los Angeles quando vivevo là, anche perché alcuni collaboratori dell'album che ho realizzato nel 2001 (intitolato non a caso Angeldom), lavoravano spesso anche con lei. C'è però un passaggio nel testo che si rivolge a un altro elemento per me fondamentale, ossia la Natura o una certa spiritualità. È dedicato alla filosofia dei nativi americani, a cui ho dedicato anche altre canzoni, avendo anche capitanato un'ambasceria Unicef per i bambini della Navajo Nation. Da una parte c'è la natura e il green, c'è il grande spirito, e dall'altra dobbiamo fare i conti, poi alla fine, con lo shopping selvaggio.
In Sogno d’amor usi un'espressione bellissima che è un po’ la sintesi del disco: "Il falso autentico è scaduto"
Hai centrato il target dei testi. Il "falso autentico che è scaduto" è l'inganno globale, perché ci stanno portando alla rassegnazione e alla demotivazione con distrazioni da Luna Park come l'IA, degne dei film di Kubrick. Il problema è l'arroganza con cui ti sbattono in faccia le nefandezze che poi noi, in qualche modo, viviamo quasi come una realtà virtuale. Lo vedo anche dagli incontri che stiamo facendo da diverso tempo con i ragazzi nell'Università dello IULM e nei teatri. A Ferrara, ad esempio, ho incontrato studenti di lirica in una fascia di età tra i 17 e i 24 anni: c'erano ucraini, cinesi, sudamericani, nordeuropei e, chiaramente, italiani. Mi hanno chiesto 7 ore di incontro e io ero atterrito al pensiero, perché, alla fine, un po' di cose da dire le avevo, ma temevo che per 7 ore loro si sarebbero annullati. È stato invece uno dei giorni che ricorderò, perché capisci la bellezza di una gioventù internazionale. Abbiamo parlato di tutto, dalla Turandot alla trap. Questo non è "falso autentico".
Hai dichiarato che contro il potere economico abbiamo due grandi armi: l'arte e l'immaginazione. Credi ancora nella musica come arma per un "risveglio delle coscienze"?
Assolutamente sì, perché l'arte, soprattutto la musica che è riconosciuta come la forma più sensorialmente immediata, anche se in questi tempi viene mortificata, rimarrà sempre la leva che ci darà l'apertura della finestra nella notte sociale. Ma l'arte è un'arma potentissima, e ancor più l'immaginazione perché prescinde dall'età e dalla condizione sociale. Einstein ha dichiarato che l'immaginazione è più potente della conoscenza, è la scintilla immaginativa che poi ti porta a concretizzare determinate cose. Non dobbiamo mai rinunciare ad immaginare che possiamo essere veramente i protagonisti della nostra quotidianità, e ancora di più dell'imminente futuro. Bisogna sentirla questa responsabilità e gioia di consegnare qualcosa di decente alla generazione futura, non a caso Sentimental City si apre con il brano Linea Immaginaria.

Tra gli artisti di oggi hai spesso speso parole di stima per talenti diversi come Lucio Corsi. Cosa cerchi oggi nella musica dei giovani per sentirti ancora stimolato?
Lucio Corsi aprì due miei concerti più di 10 anni fa: avevo capito la forza di questo giovane che allora conoscevano veramente in pochissimi. Poi, poco tempo dopo, mi sintonizzo su Sky (come al solito le cose belle passano alle 2 di notte) e lo vedo lì con la sua band. In un'intervista mi chiesero chi vedevo tra gli emergenti all'orizzonte e io segnalai proprio Lucio, che è un esempio meraviglioso di crossover tra radici storiche e attualità, creando un mondo tutto suo. Successivamente molta stampa riscontrò delle assonanze col mio primo album. Non mi dispiace neanche quello che sta succedendo al femminile per Angelica Bove, un'artista che, a mio avviso, se si mette bene a fuoco può rappresentare una bella realtà. Cosa non mi piace? Attenzione: io sono apertissimo a qualsiasi genere. La stampa disse che sono stato il primo cantautore rap perché nel 1984 scrissi Plastic Mexico . Però non apprezzo la noiosa uniformità arrangiativa di certi stili e nemmeno quando si va a inneggiare lo stupro di branco, tanto per avere un po' di risonanza. Non è neanche colpa dell'artista in sé, è colpa di chi nutre provocatoriamente un iter come questo, generando manie emulative presso gruppi e branchi. Penso che questo sia orribile.
Quest'anno compie 45 anni un album importante per la tua carriera, La Grande Grotta (1981). Fu un disco coraggioso che portò in Italia sonorità internazionali. Che ricordo hai di quel periodo californiano e quanto di quell'energia si ritrova nel nuovo Sentimental City?
Sono sempre stato agitato (in senso positivo) prima di qualsiasi esibizione, malgrado il giro di boa dei 2200 concerti fatti. Che il cielo me lo conservi, ecco. lo premio, quando possibile, il "buona la prima", l'aspetto istintivo. Il mio idolo, non a caso, è Van Gogh con la sua follia infantile e cosmica. Questo è un po' il mio modo di fare i dischi. La Grande Grotta è stata deflagrante per me perché è stato il primo album registrato negli Stati Uniti. Casualmente mi imbattei in quei mostri sacri di Abraham Laboriel, Alex Acuña, Dean Parks e Mitch Holder: loro al mattino erano in session con Stevie Wonder e poi nel pomeriggio venivano a registrare La Grande Grotta. Non credevo a quello che stavo vivendo, ma la cosa più incredibile è stata che abbiamo registrato come se fosse un unplugged di MTV. Entravamo in studio, io al pianoforte e tutti in diretta, al punto che delle volte abbiamo interrotto Settembre perché Abraham Laboriel era talmente dentro la parte che si era messo a saltare, facendo rumore coi piedi. Ho registrato il primo album con la PFM al completo, ma La Grande Grotta ha rappresentato per me la sliding doors definitiva, l'inizio di collaborazioni che poi mi hanno portato a lavorare con George Martin (ndr. produttore di Beatles) e con Carlos Alomar (ndr. produttore di Bowie). Quest'ultimo l'ho rivisto qualche giorno fa qua in Italia, dove era per un seminario, ed è stato meraviglioso, come se il tempo non fosse passato.

Chiudiamo con una curiosità: c'è un artista contemporaneo dei nostri giorni con cui duetteresti o un artista in cui ti rivedi maggiormente?
Ricado un po' sul femminile, anche se è già affermata, però Billie Eilish a me piace moltissimo e mi piace moltissimo anche l'album che ha pubblicato suo fratello (che peraltro rientra spesso anche nelle produzioni della sorella). È un album suonato davvero, però molto accorto e molto sentito.
Prossimi appuntamenti?
Una notizia un po' in anteprima: oltre a tutto il lavoro sull'album e i prossimi concerti, stiamo lavorando perché all'inizio dell'anno prossimo uscirà la mia autobiografia con Elisabetta Sgarbi, pubblicata poi da Baldini+Castoldi.