Fontaines D.C. - Dopamine Chamber
7.0
Entrare nella stanza della dopamina, attivare i meccanismi della motivazione. È quello che facciamo ogni mattina scrollando il feed, consumando junk food al McDonald's, o più salubremente ascoltando un buon album. Perchè il quinto capitolo dei Fontaines D.C., ormai prossimi allo scettro assoluto di icone mondiali del rock anni '20, senza tanti giri di parole, è un un buon disco. La domanda che si pongono è tanto inflazionata quanto urgente: come si sopravvive in una realtà che sembra non smettere di offrirci stimoli, ma che al tempo stesso sentiamo sempre meno appaganti? È l’album del risveglio (a cui non va però riconosciuto alcun primato, essendoci già una lunga genealogia discografica sul tema), della fine del sogno e dell'illusione: "Woke up in a dream, I was Americane". Tematiche che, dopo il successo di Skinty Fia e Romance, si sarebbero adattate connaturatamnte alla musica dei Fontaines. C'è però un convitato di pietra, almeno per ciò che riguarda la prima sezione e poi quella finale del disco: i Depeche Mode. Si riascoltano distintamente nell'intro di Six Shot Morning (P.S. i six shot si riferiranno a spari di pistola o a superalcolici?), vivono letteralmente in Marianne e fanno capolino con le loro invenzioni futuriste-decadenti lungo tutta la scaletta.

In questo i quattro irlandesi si mostrano scaltri da un punto di vista remunerativo e stilistico: meglio evitare in un momento geopolitico così critico e soprattutto, conoscendo le logiche del mercato odierno, i toni funerei, i ritmi barbiturici e le vibes glaciali di tanto post-punk vecchia scuola. Meglio ripiegare sul ben più digeribile synthpop internazionale di Gahan e compagni, fatto di ballad e ritornelloni coadiuvati qua e là da contrappunti elettronici e orizzonti cupi che non rischino mai di rabbuiare ecccessivamente l'ascoltatore, e beninteso, neanche di destargli davvero la coscienza. Che poi, ironia della sorte, i quattro o chi per loro ne fa le veci dietro la console, sembrano ben consapevoli dei regimi dopaminici della Gen Z, della loro soglia d'attenzione ormai compromessa da anni di scroll. È così che mi spiego i ganci fin troppo espliciti nelle intro della scaletta: si è già mobilitato il web sulla somiglianza a dir poco imbarazzante fra l'inizio di Happy for You e l'arpeggio di Chinatown dei Jets to Brazil. In realtà il loro è un pattern che si ripete: impossibile non riconoscere gli Abba di Gimme! Gimme! Gimme! in You Miss Me o considerare i richiami ai The Verve in One Man niente più che un semplice tributo.
A dominare la scena di tutto il disco c'è il massiccio impiego dell'ARP 2600, synth semi-modulare che si può ascoltare, ad esempio, nella trilogia berlinese di Bowie, giusto per capire da quale immaginario attinge la loro camera dopaminica. Un discorso già iniziato con l’edizione deluxe e la live session di Romance. Questo timbro retro-futuristico, nervoso e pulsante, percorre tutta la tracklist, conferendo a questo ritratto plasticoso del mondo contemporaneo, fatto di piaceri finti ed effimeri, un ulteriore sapore spettrale e sintetico. A contaminare un po' questo rigurgito continuo di new wave, subentra a tratti Tongue, che in quei suoni vagamente orientaleggianti riflette una lontana discendenza dalla curesca Head on the Door, e soprattutto il featuring con la spagnola Rosalia (praticamente una parodia dark agli spaghetti western e Nancy Sinatra) e la finale Intimate, dal refrain praticamente tribale alla Talking Heads. Grian si riconferma un buon autore, capace di alternare ritmiche serrate a momenti più distesi e sezioni in cui le parole ripetute diventano quasi un mantra, quasi scuola Thom Yorke. Poi intendiamoci, non che questo lavoro dimostri particolare coraggio, preferendo adagiarsi sulle solite sonorità storicizzate or ora diluite nelle ineluttabili logiche del mainstream odierno, e neanche prendendo davvero il largo rispetto a quelle che erano le sonorità più tipiche della band. Però ecco, questo è uno dei casi in cui dire che "il disco suona plasticoso" ha perfettamente senso, perchè con ogni probabilità è stato concepito così dalle fondamenta con un significato preciso. Se non altro, il messaggio finale risulta il concetto più relatable che si potesse sfornare di questi tempi:
“Everybody’s depressed, we’re running on a wheel"