American Football - American Football (LP4)
6.5
Gli ultimi lavori degli Amerian Football ci hanno insegnato che la palette cromatica prescelta nei loro artwork non è mai casuale o priva di significato. Il verde tendente al giallo di LP1 e LP2 che si staglia sull'iconica mansarda, così terreno negli arpeggi e accordature aperte su tempi dispari; le tinte fredde a corredo degli eterei richiami ambient e post-rock di LP3; e ora il rosso innaturale di LP4 di un cielo limpido con la luna a vista e i rami degli alberi che si estendono verso l’alto. Il nuovo lavoro della band è un insieme, ovviamente (o forse prevedibilmente), di tutto ciò che ha sperimentato negli anni passati, in un distillato di midwest emo, post-rock, aperture shoegaze e free-impro. È con un brusio a bocca chiusa che veniamo introdotti all'opening, Man Overboard, poco prima dell’ingresso di una batteria ipercinetica, suonata come sempre da Steve Lamos, che è la vera e propria trazione dei tappeti drone di chitarre e synth. Quasi in funzione ASMR, anche la successiva No Feeling si apre con il rumore delle onde per poi avvilupparsi in chitarre piene di chorus e riverbero: gli arpeggi dialogano con inserti di glockenspiel a dare quella sensazione di fanfara da carillon tra le la voci di Mike Kinsella e Brendan Yates (Turnstile). Nota di merito per il bellissimo videoclip animato sullo stile dello Studio Ghibli, realizzato da Cady Buche e Travis Barron, capace di restituire, come spesso nei brani del gruppo dell’Illinois, quel senso di nostalgia liofilizzata (in questo caso dal sapore più subdolamente sussurrato all'orecchio che spontaneamente evocato).

La lunghezza dei brani fa capire da subito che non siamo davanti a una qualche operazione commerciale, se mai ce ne fosse il dubbio: i primi due sono quasi 10 minuti complessivi di musica, per arrivare poi a Blood On My Blood, terza traccia con Nate Kinsella al basso a tessere linee guida per le chitarre, la marimba e gli elementi percussivi, tutto muovendosi su un drone costante di riverberi sul fondo. C'è poi il singolo che ha anticipato il ritorno della band, Bad Moons, un brano di 8 minuti che aveva già fatto presagire le intenzioni del disco. Accompagnato anch’esso da un videoclip, qui in un bianco e nero screziato, il brano esplode e prende colore (nel video letteralmente) al quinto minuto, in un build-up finale a metà strada tra shoegaze e post-rock (Kinsella ha recentemente dichiarato la sua ammirazione per Loveless dei MBV). Il breve intermezzo improvvisato di The One with the Piano ripesca una delle componenti distintive della band: la tromba suonata dal batterista Steve Lamos. Il brano riprende peraltro la scia di titoli precedenti come The One with the Tambourine e The One with the Wurlitzer, una sorta di Santa Trinità del midwest emo. Dalla sezione pianistica di questo si dirama Patron Saint Of Pale e poi Wake Her Up, nelle cui orchestre si aggiungono anche i cori femminili. Aumenta un po’ il ritmo e si scorge forse l’unica chitarra acida del disco nel solo di pochi secondi a metà canzone. Nell'arrivare alla fine di un disco così si provano le stesse sensazioni di un viaggio tra ricordi che non sapevi di avere ancora incastonati in qualche parte della tua testa e No Soul To Save, con le sue morbide melodie e quel richiamo a LP3, ne rappresenta la perfetta conclusione, mostrando ancora una volta l’incredibile sensibilità artistica di Kinsella e soci. È vero, non sono pochi quelli che hanno storto un po' il naso o hanno perso interesse nelle band dopo la loro reunion del 2014 e la loro virata verso un identità più rarefatta (talvolta percepita come fredda) e meno istintiva e teen rispetto al loro debutto. Ciò che però, almeno a nostro avviso, risulta qui poco contestabile è la compattezza e l'omogeneità del loro quarto capitolo. Ascoltandolo, l’idea restituita è quella di una band che non ha mai smesso di suonare insieme, di creare e dar sfogo ai lati più sensibili e forse oscuri (e qui ne emergono parecchi) delle loro personalità e delle loro vite.