Controstoria dello stoner Italiano: capitolo II

Controstoria dello stoner Italiano: capitolo II

Nella puntata precedente abbiamo interecettato Gabriele Fiori, frontman dei Black Rainbows e fondatore dell'etichetta Heavy Psych Sounds. Torniamo oggi con una nuova retrospettiva, un tuffo nel passato per riscoprire le origini e i primi fermenti della scena stoner nel Bel Paese. Per farci guidare in questa inchiesta, abbiamo interpellato Massimo Recchia (alias Max Ear), co-fondatore e attuale direttore artistico della Go Down Records, nonchè batterista di OJM e Ananda Mida, Matteo Brioschi, bassista degli El-Thule e co-fondatore della Garbage Dump Booking Agency, e Davide Pansolin, fanzinaro sin dalla metà degli anni '90 e autore di Kiss the Sun: il lungo viaggio dell'Heavy Psych. Qui di seguito le nostre domande:


Nella scorsa intervista, abbiamo citato realtà storiche come Ufomammut, Vortice Cremisi e That's All Folks! della seconda metà degli anni '90. Com'era fruito e percepito lo stoner in Italia prima dell’era digitale e delle etichette dedicate?

Massimo Recchia: Quando nel 1996 fondai la mia prima band, gli OJM, la nostra miccia fu la scena californiana, con Kyuss e Fu Manchu prima di tutti. Poco dopo iniziai a organizzare i nostri tour in Italia, condividendo i palchi e conoscendo il ristretto circuito di musicisti dediti a quel nuovo genere musicale: oltre alle band già citate, aggiungo Hogwash, Acajou, Insider, E.X.P., Alix e il nostro storico produttore Paul Chain — pioniere, maestro di cerimonia e icona del doom rock psichedelico in Italia —. I principali canali che diffondevano lo stoner in Italia erano due rubriche all’interno delle riviste Rockerilla e Rumore e poi c’era la fanzine cartacea Vincebus Eruptum (1998), creata da Davide Pansolin a Savona e prodotta da Vinyl Magic 3. Della stessa città e sempre legata al negozio di dischi Vinyl Magic 3 era anche l’etichetta pioniera dello stoner italiano, Beard Of Stars Records (1995), che pubblicò gli esordi discografici di Ufomammut, OJM e That’s All Folks!
Matteo Brioschi: la scena stoner in Italia si può dividere in tre fasi. La prima a metà anni '90 con band pioniere come That’s All Folks!, Ufomammut, Vortice Cremisi, OJM, Hogwash, Acajou e Deadpeach. Senza dimenticare l’immenso lavoro di Paul Chain: attivo fin dal 1977 (anno in cui ha co-fondato i Death SS) e precursore del doom già alla fine dei '70, prima di diventare un’icona mondiale dello stoner doom e dell'heavy psych. A quei tempi era un genere di nicchia, ma in fermento, guidato soprattutto dalla fanzine Vincebus Eruptum, catalizzatore della scena californiana e delle sue diramazioni in Italia. Questa prima fase era sostenuta da etichette storiche come la Beard Of Stars, la Red Sun, la Andromeda Relix, la Black Widow e la Sweet Poison. La seconda fase è quella che conosco meglio, dato che mi ha visto in prima linea sia con la mia band, gli El-Thule, sia con la Garbage Dump, l'agenzia di booking che ho fondato. Il genere restava di nicchia, ma grazie al forum della webzine Perkele.it siamo riusciti a tessere una vera e propria rete internazionale. In quegli anni c'è stata un'esplosione di band italiane, tra cui Alix, Gandhi’s Gunn, Black Rainbows, Oak’s Mary o Tons, per citarne alcune. Grazie all’attività della Garbage Dump e alla community di Perkele.it siamo riusciti a portare in Italia pilastri internazionali come Pentagram, Orange Goblin, Witchcraft, Brant Bjork & The Bros, Nick Oliveri e così via. Infine, la terza fase è quella nata e cresciuta grazie al lavoro di Gabriele Fiori con i Black Rainbows e la sua etichetta, la Heavy Psych Sounds. Gabriele è riuscito a spostare in Italia il vero baricentro della scena stoner mondiale con un lavoro titanico.
Davide Pansolin: iniziai a trattare il genere intorno al '95-'96, quindi praticamente in prossimità dello scioglimento dei Kyuss. Il genere (non si chiamava ancora stoner, ma piuttosto heavy-psych) aveva spazio limitato su due riviste di settore come Rockerilla e Rumore, motivo per cui decisi di creare una fanzine esclusivamente dedita a quei suoni. La primissima pubblicazione fu un opuscolo all’interno della fanzine che curavo allora, Snort. Fu così che inizia a prendere contatto con band affini a quei suoni come i That’s All Folks del compianto Claudio Colaianni, che vidi dal vivo la prima volta a Genova, nel tour insieme ai Nebula. Gli Ufomammut arrivarono un po’ più tardi e ricordo che recensii il loro demo, ma li misi anche in contatto con gli amici di Vinyl Magic 3, con cui nel frattempo lanciai la prima fanzine al mondo a trattare solo heavy-psych, cioè la mia Vincebus Eruptum. La scena era percepita molto di nicchia, perché all’epoca non eravamo in tanti da ascoltare quel tipo di suoni: in quei giorni si stava ancora vivendo l’epoca dell’esplosione dell’alternative italiano con CSI, Marlene Kuntz, Aferhours, etc. Ero però in contatto molto proficuo anche con Hogwash, OJM, Vortice Cremisi, Acajou, Wild Duck (dalla Sardegna), Standarte, ...cioè un numero di band molto limitato, ma allo stesso tempo molto coeso... una vera e propria scena!

Nel 2003 decidete di fondare la Go Down Records. Quale vuoto discografico e culturale sentivate l'esigenza di colmare in Italia in quel momento storico?

Massimo Recchia: Beard Of Stars Records/Self non puntavano al territorio italiano, limitando gli sforzi promozionali. Dal 1999, ero parecchio in tour in Italia e il riscontro del pubblico era in costante crescita — si vendavano molti dischi e magliette. Forti di questo entusiasmo, avemmo l’idea di fondare Go Down Records, in pieno spirito DIY. Insieme a me c’era Leonardo Cola, tour manager e fonico di OJM, col quale condividevo la stima per le label americane Gearhead e Man’s Ruin. Ci colpiva la qualità dei loro artisti, che spesso collaboravano negli split album, creando interessanti sinergie

Rispetto agli anni post-2013, quelli del ritorno del vinile e dell'esplosione social, nei primi anni 2000 far circolare la musica significava stampare CD, inviare demo fisiche, passare per le fanzine cartacee e macinare chilometri in furgone.

Massimo Recchia: Esattamente. La promozione avveniva spedendo le copie fisiche ai giornalisti, corredate di informazioni e gadget, e poi si telefonava alle redazioni. Si usava anche il vecchio fax. Per la distribuzione avevamo Audioglobe per l’Italia; Cargo UK e DE, Plastic Head e Sonic Rendezvous per il mercato europeo. Poi funzionavano molto gli scambi tra band ed etichette indie. Fiere specializzate come il MEI di Faenza erano un momento importante per fare network. Infine, come dicevi bene, c’erano molti chilometri e banchetti a concerti, festival, mostre del disco.
Matteo Brioschi: Stampare CD e inviare demo era parte del gioco, ma forse la filiera distributiva durante la seconda ondata non era poi così lontana da quella odierna. Prima dei social network, c’era MySpace. Per le band underground ha avuto un ruolo cruciale, permettendo di far circolare la propria musica a una velocità inedita, e in alcuni casi riuscendo persino a imbastire tour europei di un certo livello. Ovviamente l'invio dei demo fisici alle webzine restava un passaggio obbligato per ottenere maggiore visibilità attraverso le recensioni, ma la scena era incredibilmente viva. C'è anche un mito da sfatare: è vero che a un certo punto c'è stato un ritorno massivo del vinile, ma la realtà è che le band stoner (italiane e internazionali) non hanno mai smesso di stamparlo!
Davide Pansolin: Era tutto molto più complesso, ma affascinante: ricordo ancora quando il postino suonava al citofono per farmi pagare le tasse sulla spedizione della mitica Man’s Ruin con i promo dell’etichetta. La promozione era molto DIY, ma allo stesso tempo i distributori italiani (Audioglobe in primis) supportavano la scena e distribuovano egregiamente i promozionali. Etichette indipendenti della scena ce n’erano pochissime, giusto la Beard Of Stars degli amici di Vinyl Magic 3 (Savona), la Red Sun di Stefano Cerati e poi, intorno al 2003 la Go Down Records. Gli anni prima del nuovo millenio erano molto ruspanti: ricordo ancora il viaggio con un’utilitaria di un amico per andare ad intervistare i Monster Magnet a Monaco di Baviera

Nella precedente intervista ricordavamo la scarsità di club e venue, soprattutto al Centro-Sud. Tra la fine degli anni '90 e i primi 2000 esisteva una rete di club, centri sociali o festival che hanno fatto da 'incubatore' per la scena stoner italiana?

Massimo Recchia: Sì, esisteva un circuito fatto da piccole agenzie, giornalisti e appassionati. I locali che hanno segnato la scena erano il Bloom di Mezzago, il Binario Zero di Milano, il Velvet di Rimini, il c.s. Pedro di Padova, l’Hiroshima Mon Amour di Torino, il c.s. Magazzino 47 di Brescia, il c.s. Rivolta di Venezia, il New Age di Treviso, il Velvet Club di Aviano, il C.P.O. di Firenze, il Circolo degli Artisti di Roma. E poi le Feste dell’Unità.
Matteo Brioschi: Sì, i locali esistevano eccome, ma al Centro-Sud scarseggiavano. Ciò non toglie che, durante la seconda ondata, siamo comunque riusciti a portare ottime band a suonare in quasi tutta Italia. Per quanto mi riguarda, i club storici che hanno aiutato la scena a fiorire in quel periodo sono stati il Bloom di Mezzago, il Magnolia di Milano, il Sabotage Club di Vicenza, il Bronson /Hana-Bi di Ravenna, lo United Club di Torino, il Sinister Noise di Roma e il CSOA Cox 18 di Milano. Il fatto è che il supporto non arrivava solo dai locali: la vera forza era nei vari collettivi di (poche) persone sparse per l'Italia. In questo senso, ci tengo a sottolineare l’immenso lavoro fatto a Genova da Maso & Giacomo (membri dei Gandhi’s Gunn, poi diventati Isaak) e da Kabuto, grazie ai quali abbiamo portato tantissimi artisti stoner internazionali all'ombra della Lanterna. Altrettanto fondamentale è stato l'impegno profuso a Torino da Steuso (Tons), Mastello e Dano e, non ultimo, da Cavitos, chitarrista di Oak’s Mary e Da Captain Trips. Senza la sua dedizione e il suo supporto, sarebbe stato semplicemente impossibile realizzare tutto ciò che abbiamo fatto.
Davide Pansolin: I locali che c’erano difficilmente facevano suonare band italiane della scena. Al limite, c’era l’occasione di aprire per qualche band straniera in tour nel nostro Paese. Comunque ricordo anch'io bei concerti al Bloom di Mezzago, al Lizard di Massa Carrara, all’Hiroshima Mon Amour di
Torino o al Velvet di Rimini.

Almeno in quella fase storica, si può parlare effettivamente di una declinazione italiana dello stoner, oppure il movimento andrebbe visto più come un’importazione di una cultura americana?

Massimo Recchia: In Europa la scena heavy-psych (all’epoca i giornalisti stavano iniziando a chiamare il genere stoner rock) prese spunto da quella americana, ma in ogni nazione ci furono derive più o meno peculiari. Mentre, per esempio, in Scandinavia si scopiazzava in maniera pesante la musica dei Kyuss, la scena italiana si sviluppò in maniera molto eterogenea e personale, perché non si può affiancare la musica dei That’s All Folks a quella degli Ufomanmut, quella degli Hogwash a quella degli OJM. Penso si possa parlare di una vera e propria (anche se piccola) scena italiana.
Davide Pansolin: La scena italiana era molto più peculiare ed originale di altre scene europee. Mentre all’estero c’erano veri e propri cloni di Kyuss e Fu Manchu, in Italia tutte le band avevano uno stile proprio originale, anche se derivativo. E, soprattutto, erano coese.
Matteo Brioschi: Nella scena italiana non ho mai visto un’importazione della cultura americana. Credo che le band delle varie ondate siano sempre state capaci di assimilare le sonorità stoner e doom, riuscendo però a modellarle in una vera e propria versione personale. Sicuramente abbiamo preso molto spunto dai suoni d'oltreoceano e del resto d'Europa (ricordo perfettamente la ricerca maniacale della strumentazione perfetta da parte di ogni gruppo per ottenere l'impatto e le frequenze giuste) ma non ho memoria di nessuna band italiana che si sia limitata a clonare band estere. Da quel punto di vista siamo sempre stati estremamente personali e innovativi. Ascoltatevi, ad esempio, gli Alix di Bologna: un suono eccellente (hanno addirittura registrato con un monumento come Steve Albini) unito a un songwriting stupendo. Oppure gli Acajou: il loro Latin Lover del 2000 è una pietra miliare assoluta. Con gli El-Thule, poi, decidemmo di fare una scelta azzardata: pubblicare il terzo e ultimo album, Zenit (2012), interamente in italiano. Una scommessa forte, che è valsa assolutamente la pena e che credo abbia contribuito a rendere queste sonorità ancora più intimamente nostre.

La storiografia musicale italiana ha dato il giusto peso e riconoscimento allo stoner rock o è sempre stato considerato un genere di serie B dalla critica mainstream?

Matteo Brioschi: Amo questa domanda e, secondo me, pur con tutti i limiti fisiologici del circuito underground, la stampa italiana (più che la storiografia ufficiale) ha sempre adorato e supportato attivamente la nostra scena. A partire dal fantastico lavoro pionieristico fatto da Davide Pansolin con la fanzine Vincebus Eruptum, per poi passare a figure colossali come Claudio Sorge (fondatore di Rumore) e Stefano Cerati: tutti loro hanno supportato appieno le band italiane. Ricordo con enorme piacere lo stupendo appoggio che Claudio Sorge diede alla Garbage Dump Booking Agency; a un certo punto avevamo uno spazio fisso e dedicato su Rumore per pubblicizzare i nostri tour e le date italiane. Oggi, anche grazie al lavoro di Gabriele Fiori, la scena italiana si sta finalmente ritagliando lo spazio che merita anche fuori dai confini nazionali. Forse è proprio questa l’unica vera pecca nella storia dello stoner italiano: il fatto che, durante le prime due ondate, le nostre band non abbiano avuto grandi chance di esportarsi ed esplodere all'estero. Ma come si suol dire, meglio tardi che mai!
Davide Pansolin: Non saprei. Io per esempio ho dedicato all’heavy-psych (ma non chiamatelo stoner...eh eh) un libro intero, uscito per la milanese Tsunami (Kiss The Sun, 2024). Le riviste di settore hanno comunque sempre trattato il genere, senza che fosse mainstream. L’unica band ad essere emersa a livello “mainstream” sono ovviamente i Queens Of The Stone Age, ma anche altre band hanno avuto vendite buone. Per esempio, i Verdena, all’inizio erano abbastanza vicini alla scena “stoner” ed erano grandi lettori della mia fanzine Vincebus Eruptum.