Controstoria dello stoner italiano

Controstoria dello stoner italiano
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Quando iniziammo a pensare a una sorta di narrazione revisionista su fortune, sfortune e traversie dello stoner in Italia, ci interrogammo su chi potessero rappresentare i referenti più accreditati per l'abbozzo di una storiografia. Senza troppa esitazione così pensammo a Gabriele Fiori, un nome che sulle nostre sponde si lega a due vere e proprie colonne del sottobosco musicale: i Black Rainbows da un lato, band stoner pioniera del genere nel Bel Paese di cui è frontman, e soprattutto l'etichetta discografica Heavy Psych Sounds, da lui fondata nel 2007 e ormai iconico punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la scena europea dell'heavy psych, dello sludge, dell'acid rock e del doom. Gabriele ci ha gentilmente concesso una lunga intervista in cui ripercorriamo un ventennio di storia underground italiana e ci ha permesso di tracciare una linea sulla ricezione e l'evoluzione di un genere che ancora non è riuscito a imporsi, almeno in Europa, nei circuiti più mainstream. Qui di seguito l'intervista:


Quando e come è entrato questo genere nella tua vita?

Ero piuttosto piccolo, mi indirizzò a fine anni '80 mio cugino che già ascoltava White Zombie, Soundgarden e Danzig. Dopo aver ascoltato però la cassetta di Blues for the Red Sun (1992), il me 14enne sfondò le casse dello stereo. I Kyuss erano qualcosa di nuovo e mai sentito, diversi dal grunge e dal trend dei Nirvana, così come i Monster Magnet, col loro suono più ampio e complesso.

Quando nasce l’idea dell’etichetta discografica e con quale mission almeno inizialmente?

Nasce di fatto con la mia band, i Black Rainbows. Con loro pubblico il primo disco con una piccola etichetta francese, la quale però non ci soddisfa dal punto di vista della promozione e della distribuzione. Decidiamo così di metterci in proprio e iniziare a capire i meccanismi della promozione (che poi sono cambiati negli anni con i social media). Con la band andavamo spesso in tour e conoscevamo altri gruppi. Nacque così l'idea di proporre dei servizi di label sia a piccole realtà del panorama, sia a band più grandi con edizioni più piccole (mi viene in mente l'EP dei Karma to Burn). L'etichetta di fatto apre nel 2007 con una compilation di band italiane, uscita ufficialmente sotto Go Down Records, ma in realtà si trattava l'avvento della nostra prima uscita.

Esisteva una scena stoner in Italia al tempo della sua apertura?

La scena stoner italiana è una delle più longeve, sebbene l'audience la penalizzi. Il pubblico tedesco, olandese o belga va ai concerti, compra birre, legge magazine: questo si traduce in introiti che danno ossigeno alla scena. Noi preferiamo andare a mangiare la frittura di pesce al mare il sabato (ma beati noi...). L'Italia però ha sempre vantato band con un piglio diverso. La Germania ad esempio non aveva al tempo gruppi di richiamo, mentre noi siamo stati precursori: Ufo Mammut, Vortice Cremisi, That's All Folks. Insomma, era una scena senza strutture di concerti, venue o magazine, ma vantava qualche nome che si stava affacciando nel momento storico (1996-97) in cui si stava ancora creando tutto.

Quali sono state le uscite discografiche più significative che hanno segnato la scena italiana e, più in particolare, la vostra storia come etichetta?

Sicuramente un'ottima pescata fu quella di Brant Bjork, con cui inizialmente facemmo uscire un nuovo disco e una ristampa di tutta la discografia, e poi successivamente altri due album inediti. Potrei poi citare Nick Olivieri, Yawning Man, Nebula, Bongzilla e poi tutti i dischi dei Black Rainbows, dei Witchcraft e Pentagram. Ma anche band più piccole. La cosa più bella di Heavy Psych Sound è che si è potuta fregiare nel tempo di band rinomate, pur continuando a lavorare per scovare talenti e sostenere piccole realtà che ancora non hanno un grande bacino d'utenza. Il fatto è che oggi esser 'conosciuti' è un terno a lotto: la media delle band suonano più o meno tutte le stesse cose, interessanti, ma non facili da far emergere.

C’è una geografia italiana dello stoner? Quali sono i centri più fertili da questo punto di vista?

È sotto gli occhi di tutti che la scena si sia sviluppata più nel Nord Italia per poi espandersi un po' nel Centro Italia. Da Roma in giù c'è ancora poco, anzi pochissimo, per carenza di club e di musica live. Ma questo lo puoi notare dal rooting di qualsiasi band, dal punk all'hardcore: al Sud non ci si va, raramente ci sono locali e non c'è una scena. Mi piace qui comunque menzionare l'Abruzzo con il Frantic Fest.

C’è stato un ricambio generazionale rispetto ai vostri avvii? Chi è oggi l’ascoltatore medio dello stoner?

Più che ricambio generazionale, è proprio fiorita la scena rispetto a quando abbiamo cominciato. L'inizio degli anni '2000 fino al 2007, quando uscì il primo disco dei Black Rainbows, fu un periodo buissimo: non c'erano strutture per la scena underground, non c'erano festival, a livello social esisteva solo MySpace ai suoi albori, non si compravano dischi. Il biennio 2012-2014 credo possa essere marcato come il primo vero momento di fermento per questa scena: si formarono tante band (Kadavar, Stoned Jesus, Graveyard); ci fu il ritorno del vinile per cui la gente andò fuori di testa; nacquero nuovi festival (il Desert Fest di Londra e Berlino e altre piccole rassegne in giro per l'Europa). In questo periodo fece la sua parte sicuramente la diffusione del digitale e l'accesso a internet più facile. Questa scena iniziò peraltro ad andar sopra anche per la vendita del merchandise, dal momento che si avvale tutt'oggi di un'estetica particolarmente accattivante. Probabilmente è subentrata anche la legalizzazione della marijuana in America che ha dato vita a un fenomeno più 'occult' e a band come Uncle Acid & the Deadbeats, Doom Occult o Electric Wizard che hanno ampliato l'audience. Anche perchè lo stoner non è mai andato da solo: si è sempre accompagnato con sottogeneri come il doom e la psichedelia. La scena non è ancora esplosa a livello mainstream, ma rispetto a un ventennio fa è cresciuta a dismisura.

Come giudicheresti invece lo stato attuale dello stoner italiano rispetto alla scena internazionale?

Prima la stragrande maggioranza delle band veniva dagli Stati Uniti, ma il sottobosco mitteleuropeo era praticamente silente, fatta eccezione per qualcosa dall'Italia e l'Olanda con i Beaver. C'era invece una straordinaria fioritura svedese a Göteborg e Örebro. Era un po' USA vs Svezia ai fatti. Oggi in Francia comincia ad uscire qualcosa, in Germania hanno i Kadavar, in Belgio gli Amenra. Anche la scena italiana oggi vanta alcune interessanti new entries: Messa, Mr. Bison, Tons e diverse altre. Nulla da invidiare ad altre scene di media portata: siamo un pezzo del puzzle, le band vengono qui a suonare volentieri nei pochi posti che ci sono (Milano, Torino, Bologna, a volte Roma). Si ritorna al discorso iniziale però: l'Italia non è un Paese prettamente rock, abbiamo il Bel Vivere, un po' come il Brasile. Ma alla fine, che ce frega?