Le Sacerdotesse dell'Isola del Piacere - Ipersensibilità

Le Sacerdotesse dell'Isola del Piacere - Ipersensibilità
7.0

Attingere dal mondo di Alberto Ferrari è stato a lungo uno sport nazionale presso l'underground delle nostre coste. Il percorso delle tre Sacerdotesse piacentine si iscrive a questo corso, anche se probabilmente e contro ogni pronostico più sul fronte arrangiamenti che su quello delle liriche (che è stato il vero fiore all'occhiello dell'alternative rispetto alla canzonetta Tricolore). Perchè se a prima vista la scrittura dei loro dischi sembra riproporre il celebre onirismo verdeniano dei testi, qui non siamo esattamente davanti al classico primato del "significante sul significato". Giunti al quinto album e alla soglia dei 40, forgiati dalla vita come tanti di noi, il trio avverte il rimpianto per l'ipersensibilità giovanile perduta, soppressa da anni di addestramento emotivo (Amore e Ginnastica) e di razionalizzazione, che li ha portati a riconsiderare le cose persino alla luce della loro reductio accademica (in fin dei conti, le lacrime non sono altro che Chimiche Onde di Sale). Si spiegano un po' così le immagini che costellano la scaletta senza un apparente ordine logico: il colibrì, i germogli, le lacrime che fanno da contraltare ai cuori di pietra, alla ginnastica, alla disciplina. Questo tipo di approccio onirico era già stato sperimentato nel loro precedente Interpretazione dei Sogni (2016), a conferma di una vocazione poetica in senso stretto, più che narrativa o diegetica.

A distanza di due anni dal precedente (e passato un po' sottotraccia) 2002, Ipersensibilità si lascia apprezzare fronte composizione per le evidenti reminiscenze alt rock di inizio anni '2000, che (senza voler riesumare i soliti clichè) devono aver avuto un peso notevole sulla formazione della cosiddetta Gen Y sul versante padano. Verdena, Motorpsycho, Mogwai, Swervedriver. Canzoni che spesso sfociano in suite e paesaggi emotivi, riscatti catartici dalla nebbia e dalla routine della Provincia. Arpeggi che a tratti commuovono, a tratti si ripiegano su sè stessi diventando trip psichedelici di pura evasione. Il mantra di Amore e Ginnastica ripetuto ossessivamente mentre le chitarre si esaltano in un build up apparentemente senza fine; Animali Notturni che potrebbe essere una b-side di Morning View degli Incubus; Legno che sembra una 40 secondi di niente ricondotta alla genuina istintività dei primi Verdena.

Benchè il sound delle Sacerdotesse si sia ormai praticamente codificato in una formula classica e distintiva che neanche in questo capitolo viene disattesa, siamo di nuovo davanti a un caso di rifiuto (per molti aspetti comprensibile, almeno dal punto di vista di chi scrive) dell'aggiornamento, laddove oltreoceano l'alt rock ha da tempo iniziato a spostarsi verso altri lidi. Non che l'opera risulti revivalistica in senso stretto. Del resto, quel filone elegiaco, introspettivo, in certi aspetti lisergico e in altri disincantato, del rock non ha mai lasciato il campo di gioco, resistendo in alcune nicchie del sottobosco indipendente. E a quel mondo che è rivolto il disco, a chi ama cullarsi sulle note confortanti di sensazioni già note ma che invecchiano come il vino. A questi non servirà che mettersi il disco nelle cuffie col braccio fuori dal finestrino sulla via Emilia per ritrovare l'ipersensibilità dei tempi andati.