'Curepedia'. Un'enciclopedia sui Cure firmata Simon Price
È stata pubblicata da Arcana Edizioni la versione italiana di Curepedia, la monumentale enciclopedia che ripercorre la carriera dei The Cure attraverso una struttura dalla A alla Z ricca di saggi, aneddoti e approfondimenti tematici. A firmarla è Simon Price, una delle voci più autorevoli del giornalismo musicale britannico, firma storica di testate iconiche come il Melody Maker e The Independent. In questa intervista, Price ci svela i retroscena della stesura del libro e la scelta di un formato enciclopedico, di come ha trasformato la sua ossessione per la ricerca in un'opera monumentale che intreccia musica, folklore, società e politica, decostruendo e celebrando una delle band più importanti dell'ultimo secolo. Qui di seguito la nostra conversazione:

Perché la scelta di una biografia sui Cure e l'utilizzo di un formato enciclopedico anziché la classica biografia cronologica?
In realtà nessuna delle due è stata un'idea mia. 25 anni fa scrissi un libro sui Manic Street Preachers che ebbe molto successo. Un editore era grande fan del libro e mi propose di fare qualcosa per lui. Per molti anni abbiamo cercato di trovare il progetto giusto e alla fine mi ha detto: "Perché non facciamo un grande A-Z sui Cure?". La mia prima reazione è stata: "Fantastico. Adoro i Cure". Si tratta ovviamente di un'era musicale che conosco molto bene. All'inizio, però, il formato A-Z mi preoccupava, pensavo potesse banalizzare l'argomento. Iniziando a lavorarci, invece, mi resi conto che mi dava un sacco di libertà, perché se scrivi una biografia tradizionale, tutto è legato alla linea temporale. Ho scoperto invece che questo formato mi permetteva di scrivere in modo tematico mettendo insieme momenti diversi della carriera dei Cure per accendere i riflettori su un determinato aspetto della band. Una volta capito che potevo muovermi così, sono partito in quarta. Tendo a scrivere su tutto ciò che ruota attorno alla musica: come interagisce con la cultura, con la società, con la politica e con tutto il resto.
Quali difficoltà hai incontrato durante la stesura di questa monografia?
Beh, l'ostacolo più grande sono stato io stesso. Continuavo a fare ricerche senza fermarmi. Sono una persona che accumula cose, tra vecchi giornali e libri di musica. Continuavo a perdermi nei meandri della ricerca. E i Cure sono così affascinanti: tutte le loro canzoni contengono un piccolo indizio. Segui quegli indizi e ti portano in un percorso tortuoso e alla fine ti ritrovi lontanissimo da dove eri partito. C'era un brano strumentale in una cassetta regalata con l'album Wish, che prende il nome da una spiaggia su un'isola al largo della Scozia. Per me non era sufficiente menzionarla, dovevo scoprire qualcosa su quella spiaggia. Cosa aveva questa spiaggia che potrebbe aver spinto la band a darle quel nome? E a quel punto ti addentri in ogni tipo di mitologia e folklore. Un altro esempio si ricollega all'Italia. Stavo scrivendo di Lullaby, una canzone sull'aracnofobia. Ho iniziato a fare ricerche sulla storia di questa paura e ho scoperto che nell'Italia dell'XI secolo si verificarono dei focolai di 'tarantismo', anche detto 'ballo di San Vito', e che la gente credeva derivasse dal morso del ragno lupo, la Lycosa tarantula, cosa che a sua volta ha portato al ballo della tarantella. Tutta questa roba è sepolta nella cultura europea. Ecco perché il libro è enorme.
Nell'immaginario collettivo i Cure sono spesso ridotti all'etichetta "goth", ignorando gran parte della loro produzione pop. Come coesistono questi due lati nel DNA della band?
Robert prova sentimenti contrastanti riguardo alla parola 'goth': a volte l'accetta, altre la odia. Io penso che i Cure siano entrambe le cose. Ma il goth, per come lo conosciamo oggi, non esisterebbe senza i dischi che hanno creato all'inizio degli '80. Il capolavoro assoluto in questo senso è Pornography, spietatamente cupo e auto-punitivo. È un disco meraviglioso, ma è così estremo che dopo non sapevano più dove andare. È un po' per questo che finirono a scrivere canzoni pop: portare un album del genere in tour li ha fatti impazzire, sfociando in litigi enormi: Simon Gallup lasciò la band, rimasero solo Lol Tolhurst e Robert Smith. Il loro manager, Chris Parry, gli chiese: "Perché non provate a scrivere qualche canzone pop?". Ed è lì che nascono brani come The Walk e The Lovecats. Molti dei loro primi fan rimasero inorriditi e li abbandonarono, ma in compenso ne guadagnarono altri. Persone come me, ad esempio: io ho iniziato a prestargli attenzione perché erano sulla rivista per adolescenti Smash Hits e su Top of the Pops. All'improvviso iniziarono ad attirare tante persone e fu uno dei loro punti di forza: la capacità di avvicinare il pubblico. Riescono a farti apprezzare musica alternativa e persino d'avanguardia grazie a brillanti melodie pop e video divertenti da guardare. Ecco perché penso siano una band molto più importante rispetto ai Sisters of Mercy, ad esempio: una grandissima band, certo, ma a cui mancava questa forza.
Oggi i Cure continuano ad attirare un pubblico giovanissimo che non era neanche nato negli '80. A cosa attribuisci questa capacità di comunicazione transgenerazionale?
I Cure cercano di comunicare emozioni universali ed eterne. Nello stesso modo in cui ci saranno sempre adolescenti che scoprono i Joy Division e i Nirvana, ce ne saranno altri che vivono il loro "momento Cure". Se guardi un film o una serie in cui un personaggio sdraiato sul letto si sente triste, con un poster di Boys Don't Cry appeso al muro, sappiamo esattamente chi è quella persona. Credo che ci sia qualcosa nel tono della voce di Robert, nelle progressioni di accordi intrise di malinconia e nell'atmosfera generale dei Cure che trascende la lingua e le generazioni. Chiunque sia cresciuto con i My Chemical Romance o YUNGBLUD è in grado di capire i Cure. Sono lì che aspettano, in attesa che un ragazzo che si sente alienato e di non fare parte del gruppo, li scopra per ricevere quella sensazione di non essere soli, di sapere che qualcuno ti capisce.

Quest'anno ricorrono i 30 anni di uno dei dischi che ritengo più sottovalutati della discografia dei The Cure, Wild Mood Swings. Secondo te, perché è stato così screditato all'epoca?
In parte per il contesto e ciò che stava accadendo nella cultura pop. Certamente in UK le cose erano cambiate col Britpop: tutto era piuttosto allegro, ottimista e festoso. E anche se i Cure sanno scrivere canzoni festose, venivano visti come il Passato. E poi in America si viveva ancora la coda dell'era del grunge: tutti dovevano essere genuini e autentici, truccarsi non era figo e cose così. Anche se...mi dispiace se non sei d'accordo, ma non è un gran disco. Sai, all'epoca non avevano un batterista fisso, stavano praticamente facendo provini a varie persone ed è molto disorganico. Ci sono dei buoni pezzi, ma non sta insieme come album. E penso che Robert fosse sull'orlo di una spirale fuori controllo con l'alcol. Due anni dopo c'è stato il punto più basso per i Cure: non avevano una vera direzione e i concerti stavano diventando piuttosto caotici. Quindi sì, penso che sia un periodo che probabilmente vorrebbero dimenticare. Forse si esagera nel dire quanto faccesse schifo, ma resta comunque piuttosto brutto.
I Cure sono uno dei rari esempi di band nata nell'underground e riuscita a entrare nel mainstream senza mercificare la propria integrità artistica. È ancora possibile un simile equilibrio oggi?
In teoria è ancora più possibile, perché oggi è più facile essere autonomi: puoi creare la tua musica da solo senza uno studio e distribuirla in autonomia. Almeno questo è ciò che ci viene raccontato dell'era moderna. Tuttavia penso che sia più un mito e che in realtà ci sia ancora bisogno di soldi alle spalle. Servono i soldi per farti conoscere, per manipolare gli algoritmi e spingere la tua musica alle orecchie della gente. Alla fine è chiaro che i "figli di papà" o le persone con un po' di fondi tendano a prosperare. I Cure sono stati molto fortunati agli inizi perché firmarono con una major, la Polydor, ma lo fecero all'interno del guscio protettivo della Fiction Records, praticamente un'etichetta personale, gestita dal loro manager, Chris Parry, per cui non rischiarono mai di essere scaricati. Sapevano che, se avessero fatto un album senza grande riscontro, avrebbero potuto farne altri ancora. Gli è stato permesso di avere uno sviluppo artistico album dopo album, cosa che altre band non hanno avuto, finendo per andare più sul sicuro in considerazione del rischio che potesse essere la loro unica occasione.

Hai vissuto l'età d'oro della stampa musicale cartacea. Come pensi che sia cambiato l'approccio critico alla musica oggi?
Penso che la critica musicale non esista più e che sia molto vigliacca. Tutti hanno paura di offendere i fandom e di ritorsioni nei propri confronti. L'ho vissuto sulla mia pelle: ho scritto un articolo sugli Oasis e ho ricevuto minacce di morte. Oggi molti trovano inconcepibile come ai critici sia permesso di scrivere cose negative sui loro artisti preferiti. C'è stato un momento invece in cui la stampa musicale non aveva bisogno dei soldi delle etichette discografiche, per cui noi della stampa eravamo liberi di dire quello che volevamo, mentre le etichette dovevano comunque venire da noi per piazzare gli spazi pubblicitari. Quell'equilibrio di potere è cambiato alla fine degli anni '90, in parte a causa degli Oasis, che erano diventate così enormi da muoversi al di fuori della stampa di settore. Finivano in prima pagina sui tabloid, e questo significava che le aziende inserzioniste potevano portare i loro soldi altrove, rendendo le riviste musicali spaventate ed estremamente timide. Non ci siamo mai davvero ripresi da ciò. Ci sono grandi scrittori in giro. Ad esempio, il sito per cui scrivo, The Quieters, è un posto in cui puoi dire ciò che vuoi senza essere schiavo della pubblicità. Però quella paura esiste, è là fuori. Il risultato finale è che non abbiamo più critica, ma solo cheerleading.
Dove vedi in modo più chiaro l'eredità dei Cure nel panorama musicale odierno?
Beh, tutto il movimento emo si può far risalire a Boys Don't Cry: uomini che mostrano la propria vulnerabilità, impensabile durante l'epoca punk. Dovevi essere duro e forte, mentre quel brano fa a pezzi quel mito. In questo artisti come i My Chemical Romance o i Fall Out Boy hanno trovato una sorta di legame o di affinità con i Cure. Ma basta guardare l'elenco degli artisti che li citano: Korn, Marilyn Manson, Nine Inch Nails. Persino star del pop mainstream come Olivia Rodrigo, che ora si esibisce sul palco con Robert. Persone della mia generazione come Damon Albarn collaborano con lui. Robert è un grande sostenitore delle giovani band. Quando c'è stato il Meltdown Festival a Londra o il tour Curiosa, ha riunito le band più giovani che ammirava offrendo loro una piattaforma. È diventato una figura importante anche nell'industria perché non ha paura di sfidare il costo esorbitante dei biglietti dei concerti. Spesso le persone quando invecchiano diventano più conservatrici, Robert invece ha fatto il percorso inverso, diventando radicale e anti-establishment. Se i Cure hanno un'eredità, forse è proprio questa.
Curepedia. The Cure dalla A alla Z - Simon Price
I Cure sono probabilmente la più grande band di culto al mondo. Tra il 1985 e il 2000 tutti gli album che hanno pubblicato hanno raggiunto almeno il disco d’oro nel Regno Unito, negli Stati Uniti o in entrambi. In America hanno ottenuto quattro dischi di platino e si stima che abbiano venduto 30 milioni di album in tutto il pianeta. Il loro status di icona del rock alternativo rimane immutato – semmai i loro instancabili tour hanno fatto sì che crescesse di anno in anno – e il cantante Robert Smith è una figura infinitamente affascinante per le generazioni di fan passate, presenti e future. L’influenza dei Cure si riverbera attraverso generi come emo, goth, industrial e indie rock. Il libro è un’enciclopedia dei Cure, che esamina e racconta curiosità varie, biografie di ogni membro del gruppo, riassunti di ogni album e canzoni selezionate, dettagli sui tour e sui film e saggi su argomenti più ampi come la loro immagine, la loro politica e le loro influenze. Giocoso, eccentrico e irriverente, fedele allo spirito di Smith e compagni, Curepedia è una biografia completa di una delle più importanti band alternative del mondo.
Autore:Simon Price
Editore:Arcana
Anno edizione:2025
In commercio dal: 28 novembre 2025
Pagine:488 p.
EAN:9788892773950