Tommy Lefroy - The Precariat

Tommy Lefroy - The Precariat
5.5

Dopo un quinquennio di EP e biglietti da visita (Flight Risk, 2021; Rivals, 2023; Born Blue, 2024), il progetto di Wynther Bethel e Tessa Mouzourakis si trova a far fronte alla prova del primo full lenght e quindi, teoricamente, ad abdicare all'immediatezza dei singoli da algoritmo in favore di un progetto coerente di sviluppo. Le premesse del disco non suonano male: The Precariat è un gioco di parole, una crasi tra "precariato" e "proletario", un concetto in sè in grado di raccontare da solo l'umore generazionale del presente. La casa diruta al centro di un terreno tutto attorno dissotterrato sottolinea bene in copertina la sensazione di espropriazione delle radici e di precarietà in un'epoca bigia, fin troppo fluida e priva di riferimenti stabili. La malinconia con cui questo affresco viene dipinto è però un po' svenevole: l'ostinato di piano con cui viene introdotta la tracklist offre il tappeto alle voci del duo che si dispiegano con una pulizia e una precisione talmente impalpabile da sembrare un esperimento di Suno.

Si rimane talmente imbambolati (e un po' intorpiditi) da questo incipit che a tratti non ci si accorge neanche delle chitarre elettriche che subentrano in Angel in the House. La sensazione di interpolazione con l'IA non cessa, anzi, continua ad aumentare nei cori pitchati di Thief. Verso metà scaletta vengono abbandonati i toni melensi da sonata notturna per tornare alle più canoniche velleità dell'indie pop da classifica e, per paradosso o meno, è qui che si raggiungono i risultati migliori. Slush Puppy è una piacevole hit radiofonica sul consumismo superficiale; Anomie è una semplice ma affascinante ballad dal retrogusto folk. Al centro del percorso due omaggi alla patria delle due autrici (Canada e Michigan), ma a dire il vero anche i due passaggi più anonimi del disco. Decisamente più interessante la successiva Rokeby Venus, sia per il suadente giro di basso accompagnato dagli scampanellii di rhodes, sia per il tributo alla suffraggetta Mary Richardson, che sfregiò il dipinto di Velázquez come segno di rabbia femminista contro il male gaze.

Da lì in avanti si salvano dal dimenticatoio il finale trionfale di Threat e la più coinvolgente title track finale, che al tempo stesso fa un po' storcere il naso, avendo dovuto aspettare l'epilogo del disco per un vero e proprio cambio di passo. The Precariat possiede alcune gemme pop ben spendibili sul mercato, attorno alle quali viene cucita anche una discreta seta di gusto raffinato, ma nel complesso suona troppo affettato e alla ricerca della lacrima facile per colpire realmente nel segno. Al punto che, più che disorientati al centro di un campo dissotterrato e senza radici come nella copertina, ci si sente annoiati all'interno di quella casa finta, ricostruita come un set cinematografico, e stufi dei suoni di un computer che cerca di emulare lo scricchiolio dei listelli sul pavimento.