Tueri Damasco - Cercare tra i Rami

Tueri Damasco - Cercare tra i Rami
7.0

Tueri Damasco, al secolo Lorenzo Fabbri, 30 anni da Sondrio, già un disco all'attivo nella scuderia de La Tempesta Dischi (Analisi Portafoglio Danni, 2024). Cambiare direzione o portare alle estreme conseguenze il discorso aperto due anni prima? Deve averci pensato un po' il cantautore lombardo, cercando tra i rami, scavando per scartare il superfluo e la "legna marcia", per trovare nuovo calore e "addormentarsi prima di un lungo inverno". A trionfare sembra sia stata la seconda opzione. Fabbri usa le parole con grazia, con tono garbato ed emotivo, creando atmosfere soffuse, intimiste e vagamente rurali; un Niccolò Fabi in salsa lo-fi si direbbe quasi. Questo secondo capitolo della sua discografia segue questa via non parlando solo di Provincia (dei "fumi dell'industria metalmeccanica" o dell'"aumento tariffario"), come ormai farebbe il più stereotipato dei prodotti indie partorito da una IA, ma anche dei suoi contrasti e del desiderio di evasione verso una Natura che a tratti suona più vagheggiata che concreta, con tutti i suoi 'salci, lucertole, pollini e picchi verdi'.

È un disco a trazione chitarristica: gli arpeggi dell'acustica sono un po' la costante dall'inizio alla fine della scaletta. È così che si apre la bellissima title track iniziale, probabilmente la traccia più coinvolgente dell'intero album grazie al suo build up finale con coda di piano; così continua Crepaccio che per un attimo illude di fare il verso al giro di Champagne Supernova prima di implodere in un finale radioheadiano di saturatissime distorsioni. Meglio verso la metà sembra persino giocare col free jazz; Acqua suona con poche note e poche parole, ma ti fa credere di guardare il mondo dalla vetrata di uno chalet. Cercare tra i Rami non è decisamente un disco che cerca di far passare in radio il maggior numero di tracce possibili: si prende i suoi tempi, in punta di piedi, senza fare rumore più di tanto (ed è giusto sia così). Anche qui, come altri recenti lavori su simile lunghezza d'onda, non si avvertono cambi di passo, particolari sussulti lungo la scaletta, e il songwriting tavolta tende a diventare troppo nebuloso, nascondendosi tra le pieghe di versi imperscrutabili come: "Ho perso l’attenzione quasi subito, un dente di leone soffiato in faccia, gatti miagolano mentre io starnutisco". È però un album catartico, che scorre come acqua dalla fonte in un bosco, che ti abbraccia lento e silenzioso, apparenemente nostalgico ma con un vago e malcelato ottimismo.