DIIV - Zirp!
8.0
Zirp è l'acronimo di Zero Interest Rate Policy, una politica monetarie delle banche centrali in periodi di forte crisi economica, attraverso cui i tassi di interesse vengono quasi azzerati per spingere le banche a prestiti che possano muovere l'economia. Questo sistema è però imploso dopo la crisi del 2008 e i DIIV lo fanno assurgere a metafora della contemporaneità (come suggerisce l'eloquente bandiera a stelle e strisce decadenti, e il loro nuovo outfit da broker d'ufficio) per realizzare il loro album più politico di sempre. Se per anni la critica di settore non ha saputo accettare totalmente la loro commistione di grunge, shoegaze e melodismo pop, la band al suo quinto album fa di necessità virtù, mettendo la sua slackery, il suo spirito ciondolante e indolente, al servizio di una rappresentazione: un'umanità apatica e anestetizzata che si scontra con la violenza strutturale del sistema socio-economico. Le distorsioni di My Star sono tra le più spigolose che il quartetto di Brooklin abbia mai saggiato e rendono bene, grazie all'infantile e cantilenante voce di Zachary Cole Smith che ripete 'I Love You', l'idea di un orizzonte ostile e vessatorio.

È un fatto che l'universo shoegaze abbia svestito la dimensione a-politica che i padri costituenti le avevano cucito addosso per esprimere le velleità della classe media (ricordi affettuosi, sogni ad occhi aperti). La classe media oggi, sempre più bassa e meno media, si apre finalmente a una visione più critica della contemporaneità. Di conseguenza, anche i DIIV si fanno carico di modulare il genere in base ai messaggi veicolati. Kid si apre con lo scampanellio infantile del rhodes per riprodurre uno stato puerile di incoscienza e illusione, mentre Zachary, correndo a nascondersi dietro un divano, si chiede:
"Dov'è finito il mondo sano che conoscevo?"
Dare Me, che ritmicamente ricorda il loro feticcio valentiniano (da loro più volte citato) I Only Said, ricorre a immagini di guerriglia urbana e fantasie estreme come il dirottamento di un jet privato: i contrappunti elettronici sono fastidiosi, restituiscono quel senso di disturbo in un mondo in cui "nulla è ancora successo" (il loro canto è come sempre un mormorio, quasi verso sè stessi) ma tutto sta per esplodere. Non è un caso che esattamente a metà scaletta venga piazzata The Crash, l'invettiva più esplicita contro il capitalismo finanziario, la presa di coscienza del declino "umiliante dell'America", cooptata da chitarre che ronzano come api intorno ai fiori, o come azionisti intorno ai risparmi dei cittadini, gente da "lanciare in una tana di alligatori".
Trillions pesca goliardicamente dall'electropop (da noi diremmo alla Pop X) per suggerire di nuovo quello stadio prepuberale di incoscienza, dei bambini che giocano a comprare case, barche e aerei solo per il gusto di vincere sugli altri, epitomizzando la logica capitalista del "You lose I win". Le vibes del precedente album tra elettronica e gaze tornano prepotentemente in Us Against You, salvo cedere il passo all'inconsueto ritmo baggy di Evangelizer, un affresco di tardo-capitalismo tra vendite di plasma in cambio di un pasto caldo e pillole nate da collaborazioni tra colossi tecnologici e farmaceutici. La soluzione finale è in Underground, un invito ad abbandonare i mercati, la violenza degli oligarchi, liberare i magazzini dei centri commerciali e trovare rifugio nel sottosuolo. Sarà accolta la proposta? Tra rivolte fagocitate, movimenti che in Occidente si digregano con la facilità di un gregge e si lasciano distrarre dalle derive dei più biechi interessi, la tentazione è di farla finita per raggiungere l'Idiot in the Sky, accolto, tra i trionfali assoli pinkfloydiani della chitarra di Zachary, come un martire di un mondo in cui perfino "i polmoni sono diventati di silicone".

Non sarebbe stato facile aspettarsi una decina d'anni fa il concept album definitivo di un'epoca da una band noise pop-shoegazy, tradizionalmente votate all'escapismo emotivo più assoluto. Ma del resto i DIIV ci avevano già preparato a questa escalation: se già Is the Is Are (2016) e Deceiver (2019) erano concepiti come diari sulle dipendenze del frontman e sulla sua parabola riabilitativa, il distopico Frog in Boiling Water (2024) rappresenta la vera e propria premessa spirituale di questo capitolo. Ai toni disillusi e amareggiati del predecessore, però, qui subentra la frustrazione e la rabbia sopita. I toni sono sempre caratterizzati da quell'apatia tipica della band, sottolineata dalla sciattezza (addomesticata) delle chitarre mascisiane e la modulazione sbiascicante delle parole. Ma qualcosa sta per esplodere e non "bolle più solo in pentola". Ci sarà un capitolo successivo in cui questo sdegno esploderà definitivamente? Magari, se non in società, quantomeno nel prossimo disco della band.