Yuma Birch - Better Way

Yuma Birch - Better Way
7.0

Quando due artisti come Costanza delle Rose (ex cantante e bassista dei Be Forest, ora attiva come solista col moniker di Koko Moon) ed Edoardo Elia (autore del duo PUÀ), di richiamo a modo loro in certo underground italiano, si uniscono in un nuovo progetto, le aspettative non possono che essere alte. A maggior ragione se a patrocinare l'uscita c'è l'ormai prestigiosa Dischi Sotterranei, sempre più lanciata verso una dimensione che va oltre il mero scouting di talenti dall'humus indipendente italiano. Il nome-manifesto che il duo reca, Yuma Birch, sembra collegare programmaticamente le due anime dei fondatori: se effettivamente "Yuma" si rifà alla lingua dei nativi americani, e quindi al ritmo esotico e folkeggiante delle chitarre (come in Mother's Son o Dòbhran), e "Birch" invece alle betulle del freddo nordico, ricordando quindi in qualche modo le atmosfere dilatate e glaciali che erano più materia dei Be Forest (Valentine's, Sailor).

Il disco si dispiega così come un intrecciarsi di influenze reciproche: Edoardo Elia porta con sè quella vena un po' synth intinta di psych che aveva contraddistinto il primo album dei Puà (Animali, 2024), già nella scuderia dell'etichetta padovana; Koko Moon liofilizza invece l'atmosfera col suo canto rarefatto e gli umori vagamente alla Cure. Il risultato finale è una sorta di cantautorato con patina di bassa fedeltà e sperimentazioni a 360° (tra effettistica, elettronica, noise), a metà strada tra il lisergico e il narcotico, in un certo senso una via di mezzo tra Teen Suicide, Alex G e gli Empire of the Sun. Gli aspetti senz'altro più felici del lavoro sono: da un lato l'armonia vocale che si regge sui registri ben distinti, ma perfettamente eufonici, dei due; e dall'altro la produzione che riesce a conferire a un lavoro pur così "cameristico" la giusta spinta ai bassi pulsanti che accompagnano quasi tutta la tracklist e al tono spettrale di alcuni synth analogici. Tuttavia, al netto di un'evidente sete di ricerca sonora, l'album scorre con molta coerenza, ma anche senza veri e propri cambi di passo, se non proprio nell'incipit (il più classico tamburellio trionfale sui vaporosissimi synth dell'indietronica) e nell'epilogo (in quegli incessanti bassi fuzzosi da contrappunto alle voci robotizzate dal vocoder), rischiando di rendere il disco sulla distanza leggermente tendente al monocorde.