L'Estranea di Strippoli, affresco di una spirale italiana
8.0
"Respira a fondo, respira piano, se chiudi gli occhi il male è lontano"
È facile voltare lo sguardo davanti al dolore degli altri: è sufficiente non guardare per convincersi che non esista. È così che ha tirato avanti per anni una generazione di italiani, la Gen X (quelli nati tra anni '60 e '70), vissuti nella bambagia del benessere economico tra anni '80 e '90, in quel decennio di rifrazioni reganiane in cui anche in Europa si viaggiava sulle ali dell'ottimismo e della fiducia nel futuro. Vivere al di sopra delle proprie possibilità, in quella media borghesia che non era mai stata (e non lo sarebbe più stata) così 'alta' e pure così 'media'. Aspirare solo al meglio e all'opulenza senza ansie ("cos'è questa sciatteria?", recrimina Jasmine Trinca, sul punto di licenziare l'inserviente che aveva osato portare un vassoio a buon mercato durante il grande ricevimento in casa loro); preoccuparsi solo delle apparenze ("cosa diranno di me in paese?", si chiede Adriano Giannini pensando di suicidarsi dopo una spirale di economie traballanti per la propria attività); figliare negli anni '90, nel massimo periodo del 'tutto è possibile' (persino nel Sud Italia) e ingabbiare la prole con le tue aspettative per tesserne le lodi coi vicini (allenare il figlio come una giovane promessa dell'Inter; addestrare la figlia per uno spot della Barilla che le aprirà le porte del cinema).

Godersi gli anni 2000, spendere e spandere in villone, vestiti eleganti, ricevimenti, club di calcio, indebitarsi, non pensare al futuro e al debito pubblico. È facile voltare lo sguardo davanti al dolore degli altri per convincersi che non esista, barattere le sventure degli altri in cambio del tuo benessere. Già, se solo quegli 'altri' non fossero alla fine della fiera la tua progenie. Nell'anno in cui Obsession sbanca ai botteghini, Paolo Strippoli ci ricorda che bisogna star attenti a ciò che si desidera e che ogni brama ha un suo prezzo. Ci ricorda che ogni desiderio custodisce un fondo di egoismo e che il prezzo della sua avidità lo possono scontare i propri cari.

L'Estranea, selezionato in concorso per rappresentare l'Italia ai premi Oscar, interpreta congenialmente, attraverso un dramma borghese a tinte horror e diviso in capitoli, il vortice di decadenza italiana che dall'età di prosperità crepuscolare degli anni '90 porta al nostro presente apocalittico. A pagarne le conseguenze è principalmente la generazione millennial: il figlio affetto da quell'obesità simbolo della "grande abbuffata" dei genitori, da quegli stessi disprezzato per la sua pinguedine e bullizzato dai compagni di scuola (soprattutto dal figlio dell'inserviente licenziata); la figlia, attrice mancata, costretta a nascondere la sua compagna dalla grettezza della madre (e poco importa che le proiezioni demoniache di quest'ultima manifestino un lesbismo represso).

Nel 2026 italiano ormai piove dentro casa e si è prossimi al Giudizio Universale. I figli ne pagano le conseguenze e i genitori ricordano loro l'importanza del sacrificarsi. C'è un rimedio alla base per ovviare ai disastri di questi: fare quello che loro non hanno voluto accettare; stringere la cinghia o amputarsi una gamba. Servirà a qualcosa? Accetteremo questa ingiustizia? Paolo Strippoli dimostra un vero e proprio upgrade alla regia, confezionando un film sensorialmente stordente nei cambi di inquadratura, nella deformazione percettiva e nelle manifestazioni psicotiche, segnando a nostro avviso il punto più alto della produzione italiana nel settore dell'elevated horror (un terreno purtroppo ancora poco battuto presso le nostre sponde, come già constatavamo durante la scorsa Valle dei Sorrisi). Forse non basterà per aggiudicarsi una statuetta in California, ma un capitolo del genere rappresenta una bella sterzata per l'industria cinematografica del Bel Paese, sperando che sempre più opportunità vengano concesse ai nostri giovani autori per misurarsi col cinema di genere.