HoneyMoor - Non Ho Più Tempo

HoneyMoor - Non Ho Più Tempo
7.2

Trascorro la maggior parte del tempo della mia vita nella disillusione e nella presunzione che nulla più possa davvero sorprendermi fino in fondo. Questo sentimento si amplifica non di poco quando si parla di musica, figuriamoci quindi sul versante 'musica italiana', storicamente poco più di un calco delle più disparate mode internazionali. Cosa potrei trovare allora di potenzialmente interessante, direte voi, in una band che ripropone in scala 1:1 il fenomeno grungegaze americano dei Title Fight e dei Narrow Head, o che ricorra a immagini canonizzate come "sono un ramo che si spezza"? Beh, il fatto che in Italia un po' mancasse come offerta. Considerando il campo largo del fenomeno tricolore che negli ultimi anni ha visto l'emersione di nuove proposte come i Noday, i Vera Slö o i Caspio, i varesotti HoneyMoor esprimono la declinazione più vicina a quella miscela basata sul canto dolente alla Deftones e sulle asperità alla Helmet o Hum.

Niente di nuovo sul fronte occidentale, dunque, o quantomeno non del tutto. Perchè quella texture di chitarre riverberate, così spesso sottofondo di melodie sognanti e indolenti o di ritmi che si trascinano come nebbie al rallentatore, non si era ancora incrociata presso le nostre sponde, almeno per quel che mi risulta, con i grezzi groove del grunge, i bassi tellurici e le voci beluine di tanto post-hardcore. Certo, si potrebbe tirare fuori l'esempio sempreverde dei Verdena, ma sarebbe fare un torto a entrambi: le due band non giocano la stessa partita, o se lo fanno, mettono in campo mezzi e obiettivi diversi. La coinvolgente Dente di Leone, ad esempio, somiglia molto a una versione nostrana di Cool in Motion . La titletrack viene quasi direttamente fuori da un disco dei Glare, mentre con Mi Sono Sentito Solo riesci persino ad immaginarti un ipotetico video passato in onda su Mtv a inizio anni 2000 (magari con quella computer grafica un po' blob che si trova anche nei canva Spotify del disco). I temi sono piuttosto prevedibili sin dal titolo, quel Non ho più l'età che è praticamente il mantra onnipresente della scena, come se col grungegaze si possa raccontare solo il dolore del transito generazionale. Chissà alla fine se quel 'sempre la solita merda' che apre il disco faccia riferimento consapevole proprio a questo.