Hum, il nuovo nostalgico capitolo dei Swim Deep
Con il loro quinto album, Hum, in uscita il 19 giugno per Submarine Cat Records, gli Swim Deep tornano a raccontarsi in una fase di maturità completamente diversa rispetto agli esordi. Innalzati dalla scena indie inglese dei primi anni '10, oggi la band di Birmingham si confronta con una realtà fatta di cambiamenti personali, nuove responsabilità e dinamiche interne profondamente trasformate. Anticipato dai singoli Mud, Pieces of You e I Keep her Photograph with Me, il lavoro sembra mostrare un approccio più emotivo e sognante rispetto al passato recente della band, riflettendo anche i cambiamenti e le esperienze personali dei membri in questi ultimi anni. Abbiamo voluto incontrare il frontman del quintetto, Austin Williams, per entrare nel vivo del loro ultimo lavoro.

Avete pià volte presentato Hum come una sorta di 'conquista' perchè finalmente siete riusciti a capire a pieno chi siete. Ma chi sono i Swim Deep e quanto vi sentite diversi dal 2013 e dal vostro primo disco?
Dovevo esser piuttosto preso bene quel giorno per aver detto di sapere chi sono, perché penso che sia ancora un percorso in cui mi trovo, come credo lo sia per tutti. Però sì, siamo diversi sotto tanti aspetti. Per quanto riguarda me personalmente, ora ho una famiglia: due figli e una moglie. All’inizio la band era composta da cinque migliori amici e avevamo tutti tra i 19 e i 25 anni. Dormivamo nelle case gli uni degli altri, eravamo molto uniti. Poi, crescendo, ognuno inizia la propria vita: entri in una relazione, ti sistemi, prendi altre direzioni. È molto diverso il modo in cui siamo una band oggi. È ancora qualcosa che amiamo tantissimo e che cerchiamo di far funzionare, ma credo che sia meno una “gang”, adesso è più… come potrei dirlo? Non lo so, è solo che abbiamo passato così tante cose insieme, siamo ancora vicini come sempre, solo che non viviamo più nelle case gli uni degli altri. Quindi la dinamica è molto diversa, credo.
Tornando all'album in uscita, ci sono state nuove suggestioni in questo lavoro? Nei singoli che lo hanno anticipato, ad esempio, ho potuto avvertire una certa influenza shoegazy dei Ride, dei Catherine Wheel o dei primi The Verve
Sì, sicuramente tutte quelle band mi piacciono molto. In realtà è da un po’ che non ascolto i Catherine Wheel, me li hai fatti tornare in mente. I Ride invece sono sempre stati un punto di riferimento per me: la crudezza di quel suono, quell’atmosfera quasi onirica, pur rimanendo molto grezza e reale. Quel collegamento tra realismo e una sorta di dimensione sognante è una delle cose che volevamo raggiungere. E poi sì, i Verve del primo A Storm in Heaven, il periodo in cui le chitarre erano enormi, come onde di uno tsunami. Quella è stata una grande ispirazione. Però sono sempre stato vicino anche al songwriting folk di Richard Ashcroft, quello guidato solo da storie e melodie, senza tutto quel rumore intorno. E poi ci sono altre band come gli Screaming Trees e Mark Lanegan, che non suonano affatto come la nostra musica, ma erano le cose che ascoltavo tantissimo. E penso che gli Screaming Trees avessero questo tipo di musica un po’ stordita, da pantaloni di pelle, che mi colpiva davvero nel profondo. Non era una specie di parodia: era autentica, molto reale e anche molto dolorosa.
Nella vostra musica si percepisce un sottofondo di nostalgia che percorre tutte le tracce dei vostri lavori, come ve la spiegate e, a vostro avviso, la nostalgia può cambiare forma col tempo?
Con il tempo, sì. C’è una parola, si chiama anemoia, o qualcosa del genere: è un termine inventato per descrivere la nostalgia di qualcosa che non è mai accaduto. Penso di avere sempre difficoltà a trovare un equilibrio tra il guardare indietro e apprezzare il passato, senza però restarne intrappolato, desiderando ciò che c’era prima, perché bisogna sempre guardare avanti. Non voglio fare musica che guardi al passato: voglio fare musica che guardi avanti, che sia presente nel momento. Credo che da lì venga quel suono nostalgico. Non è una nostalgia legata a qualcosa di concreto, penso sia più una sensazione di conforto e familiarità. Perché io provo nostalgia anche per cose che, sul momento, non erano nemmeno piacevoli, tipo il lockdown: ho una certa nostalgia anche per quello, nonostante abbia avuto un crollo mentale durante quel periodo. Oppure restare bloccato in aeroporto tutta la notte, dormendo su sedie terribili. Col senno di poi guardi indietro e pensi: “Ah, però è stato un bel momento", anche se in realtà non lo era affatto. Quindi è una sensazione che dai a te stesso, e penso che questa sia una delle cose più belle della musica: puoi ascoltarla e provare quel conforto senza nemmeno sapere davvero cosa significhi.
Sappiamo che in questi anni avete affrontato diverse difficoltà come lavori paralleli, difficoltà finanziarie e membri che lasciavano la band. Vi sentite parte di una generazione di band inglesi (ma sarebbe più corretto dire 'europee') che hanno ridefinito il concetto di 'sopravvivere' con e nella musica?
Certo, mi chiedo spesso come tutto questo stia già cambiando il panorama musicale e come continuerà a farlo. Siamo arrivati a un punto in cui le band sono diventate content creator ed è praticamente l’unico modo per far arrivare la tua musica alle persone. Quando abbiamo iniziato, nel 2012 o 2013, Instagram era una specie di app curiosa, una novità. Non era una necessità che tutti avevano. Promuovevi la tua musica tramite la stampa, le riviste cartacee, la radio…non dovevi creare contenuti. Noi lo facevamo comunque, ma perché era divertente. E non c’erano regole: non c’era il conteggio dei like, statistiche e cose del genere. Penso che oggi gli artisti stiano cercando di ribellarsi all’idea di dover creare contenuti per vendere la propria musica. Perché, a meno che tu non trovi quell’equilibrio perfetto in cui sei anche un comico, un tipo divertente che la gente vuole seguire, o sei costantemente in tour e quindi puoi creare continuamente contenuti autentici, è una schiavitù. Credo ci sarà una ribellione contro tutto questo e che tutto verrà spinto di nuovo verso l’underground. Non so esattamente come, ma sono curioso di vedere quale sarà il cambiamento, perché deve esserci per forza. Non penso sia sostenibile che gli artisti debbano continuamente andare in direzioni non artistiche e compromettere l’arte che stanno creando. Roba del tipo: hai scritto questa canzone bellissima… e l’unico modo per farla ascoltare alla gente è fare una scenetta su internet.

A tal proposito, avete mai pensato seriamente di chiudere con la band?
Non proprio. Trovo difficile… beh, in realtà non so nemmeno cosa significhi davvero “smettere” per me, quando si parla di musica. Perché penso che continuerò sempre a farla, in un modo o nell’altro. Magari gli Swim Deep non dureranno per sempre, ma al momento non vedo un motivo per cui dovremmo davvero chiuderla lì definitivamente. Non credo esista una cosa del genere, almeno per ora. Però è davvero difficile, perché capisco cosa intendi. Come fai ad andare avanti quando ti trovi davanti così tanto rifiuto e delusione? Quando versi tutta la tua vita in qualcosa… è dura, davvero. Non voglio addolcirla o fingere che non lo sia.
Riguardo Bill Ryder-Jones avete più volte ribadito il suo ruolo determinante nel vostro ultimo album. In generale, ma anche e soprattutto in questo nuovo lavoro, che tipo di contributo ha dato alla vostra musica?
Penso che lui abbia tirato fuori una parte di me… io vedo il songwriting un po’ come una terapia. Lui mi ha chiesto molto di più di quanto abbiano fatto altre persone e penso che abbia davvero ascoltato quello che stavo dicendo nelle mie canzoni. Molte volte non ho avuto la sensazione che qualcuno le capisse davvero, oppure magari in passato non sono stato abbastanza chiaro nel comunicarlo. Ma lui credo abbia capito cosa stessi cercando di raccontare nei brani e mi ha incoraggiato ad andare in quella direzione. Ed è stata una cosa un po’ spaventosa per me, sai? Parlare di temi così sensibili e allo stesso tempo cercare di farli suonare… belli, “cool”. Non puoi semplicemente scrivere: “questo faceva schifo”, “questo era bello”, “questo era cattivo”. Devi trasformarlo in una canzone. E penso che lui abbia quella magia molto speciale e rara per cui riesce a far suonare tutto estremamente emotivo e profondo, ma in un modo davvero affascinante. Quindi sì… direi quasi una sorta di mentore
I vostri primi lavori erano fortemente associati alla scena indie degli anni '10: questa etichetta vi pesa un po' e pensate di essere andati oltre?
Penso di essere arrivato a un punto in cui ne sono piuttosto orgoglioso, sai? Perché non credo che se avessi smesso completamente di fare musica, allora forse ci sarebbe stata una sorta di chiusura. Ma allo stesso tempo penserei: “Che peccato che sia successo tutto questo… e poi sia finito”. Mi rende abbastanza orgoglioso il fatto che siamo riusciti almeno a trascendere una scena musicale, capisci? Perché c’era una scena, sì, ma quanto è durata davvero? Due anni? Forse uno al massimo. E noi siamo una band da 15 anni. Quindi quella fase è stata una parte minuscola della nostra storia, però ha avuto un impatto enorme e ha fatto una grande differenza. E non voglio minimizzare questa cosa. Anzi, penso di esserne molto orgoglioso. Credo che se me l’avessi chiesto quando avevo poco più di 20 anni, probabilmente sarei stato ancora tipo: “Ah, che imbarazzo”, o cose così. Perché vuoi essere riconosciuto per ciò che fai adesso, no? Penso che ogni artista voglia essere riconosciuto per il presente. Vuoi essere rilevante, vuoi avere qualcosa da dire sul mondo di oggi, una buona lettura sociale… sì, immagino sia così
Chiudiamo col nostro consueto gioco dello 'scegli tra', senza argomentazioni:
Oasis or Cocteau Twins?
Oasis
Prima testo o musica?
Musica (mi sento in colpa per questa risposta)
Guilty pleasure musicale?
Coldplay
Migliora artista inglese in questo momento?
Tony Bontana
Un artista che ritenete particolarmente sottovalutato?
The Magic Gang
Sogni per il futuro?
Vivere facendo musica