Hüsker Dü 40 anni dopo: il fallimento che cambiò il rock

Hüsker Dü 40 anni dopo: il fallimento che cambiò il rock

Il successo dei Nirvana, dei Pixies e l'esplosione anni '90 del grunge deve molto, sicuramente più di quanto venga ricordato, agli Hüsker Dü, primi nel riuscire a convincere la scena underground del fatto che 'melodia' e 'punk' non fossero necessariamente una contraddizione. Il power trio del Minnesota a inizio anni '80 non fu ben compreso: ciò che ai più sembrava un punk velocissimo (fenomeno al tempo già in rapido declino in America rispetto alla new wave) era in realtà essenzialmente un folk rock alla velocità della luce immerso in una coltre di volumi estremi. In questo senso, a differenza della scena hardcore coeva, gli Hüsker Dü furono, se non gli unici, tra i pochissimi capaci di superare la fatidica prova del nove: scrivere canzoni ascoltabili anche nelle versioni in acustico. Questo diventò ben evidente quando nel 1984 uscì Zen Arcade: la più profonda demolizione dell'ortodossia hardcore del tempo, uno dei più grandi successi underground di sempre. Zen Arcade aveva dettato il passo del nuovo 'alternative': codificò il concept (presto diventato clichè nella scena) del 'teenager che cerca di scappare da una famiglia opprimente e una provincia claustrofobica'; ampliò il pubblico dell'underground (con più partecipazione femminile e interesse verso i testi) e decretò i ritmi di vendita delle etichette indipendenti (in questo caso la SST, etichetta di Greg Ginn dei Black Flag, impreparata nel fronteggiare la richiesta di ristampe del disco).

Bob Mould, leader della band, era sempre più stanco della scena hardcore e della sua reductio a vuoti slogan, con le sue 'A' di Anarchia cerchiate sulle giacche di pelle, presto diventate ciò che il simbolo della Pace fu per gli anni '80: un concetto importante svuotato di significato. E così, quasi di risposta, la musica degli Hüsker Dü iniziò a manifestare dissidenza rispetto alle regole del punk, introducendo elementi pop, ma anche psichedelici, e prendendo le distanze dall'insopportabile attitudine predicatoria della scena (il bassista Greg Norton si fece persino crescere un inusitato baffo arricciato che, in un contesto di poseur con catene e giacche di pelle, urlava ribellione). Passano appena 6 mesi da Zen Arcade e gli Hüsker Dü pubblicano un altro album, New Day Raising (1985); altri 6 ancora ed esce Flip Your Wig (1985).

La band capì di riuscire a suonare a ritmi più lenti senza perdere coesione, aprendo le porte a un territorio inesplorato: la melodia del mainstream sovrapposta alle distorsioni dell'hardcore. Il successo dei due dischi attirò l'interesse delle major che non mancarono di bussare alla porta. Il trio alla fine però, preoccupato di apparire troppo 'confezionato' e tradire il proprio pubblico, scelse la Warner Bros per condizioni contrattuali favorevoli, grazie alle quali gli venne lasciato controllo totale sul processo creativo di scrittura degli album, senza nessuna intromissione. Fu un passo storico, per la prima volta una band dell'indie americano passava al nemico, a una major. La Warner, dal canto suo, riconobbe l'appeal 'dal basso' della band, decidendo di accompagnarla essenzialmente negli stessi canali da cui erano emersi (radio universitarie, fanzine, radio AOR), ma con più copertura finanziaria. Nel fare ciò, l'etichetta si dimostrò ben consapevole del fatto che gli Hüsker Dü non avrebbero partorito grandi hit, ma che qualora avessero mantenuto bassi i costi di produzione e stretta la fidelity del pubblico (costruita in faticosi anni di tour), avrebbero potuto generare un discreto profitto.

La Warner però non fu contenta di Candy Apple Grey (1986), un disco reputato inferiore rispetto ai 3 lavori precedenti rilasciati con l'indipendente SST, un prodotto persino più debole nella copertina secondo il giudizio dei dirigenti. Eppure, a risentirlo oggi, 40 anni dopo, quel disco sembra quasi in anticipo su tutto. Si sentono già la profondità di Eddie Vedder e dei Pearl Jam (Hardly Getting Over It), le schitarrate slacker dei Dinosaur Jr (I Don't Know for Sure), lo shoegazing dei Catherine Wheel (Dead Set on Destruction), il pop punk dei Green Day (Eiffel Tower High) e tutto il grunge di lì a venire (Don't Want to Know if You Are Lonely). Sognante e agrodolce, il mix del disco suonava estremamente compresso e inscatolato, molto meno abrasivo delle produzioni con la SST, risultando come una sorta di ibrido inappagante: non abbastanza grezzo per suonare esplosivo, non sufficientemente arioso per sembrare moderno.

L'ingresso nel mondo delle major degli Hüsker Dü, tuttavia, fu il viatico anche per quello successivo dei The Replacements. Cortocircuito: per un momento l'indie rock godette di gloria mainstream. Fu un breve periodo in cui si potevano vedere i primi al Today Show e i secondi al Saturday Night Live, qualcosa era cambiato per sempre. Ma, al tempo stesso, Candy Apple Grey fu l'inizio della fine per gli Hüsker Dü: il disco, è vero, raggiunse gli obiettivi di vendita ma, anche in considerazione delle varie spese promozionali, portò alla band meno guadagni rispetto ai tempi delle etichette indipendenti e della SST. La scommessa con le major fallì e il problema non stava nè nella tossicodipendenza del batterista Grant Hart nè nei suoi dissidi con Mould, ma nella musica stessa: il loro 'pop' era molto diverso, forse troppo, da tutto ciò che passava in radio a quel tempo: troppo aggressivo per l'ascoltatore medio, abituato al massimo alla musica dei R.E.M. o degli Smiths. Così, alla fine della fiera, l'esperienza degli Hüsker Dü presso una major si rivelò solo un esperimento, il 'primo pancake che si butta sempre via'; un banco di prova che però si sarebbe rivelato fondamentale per quella recrudescenza del rock guitar-oriented di qualche anno successivo a cui, per così dire, il power trio di Minneapolis preparò il terreno.