Shy-fi, il pop distopico e la nostalgia del futuro

Shy-fi, il pop distopico e la nostalgia del futuro

Shy-Fi il titolo nel primo concept album del collettivo Le Medie, composto da Leo Pari, Franz Aprili, Alessandro Donadei, Emanuele Triglia, Gianluigi Fazio, Flavio Strabbioli Jesse Germanò, insieme al regista Loris Lai e al motion graphic designer Mars Planetelo. Un lavoro di 14 capitoli ambientato in un decennio retrofuturistico dei ’90 dal carattere quasi cinematico e narrativo. All'opera hanno contribuito numerosi artisti della scena italiana, come TiromancinoWhitemaryMalika Ayane, GaleffiClavdioLegnoAnna CarolCaffellatteLost KidsTenshiMoogliClose ListenLiede e Yuks. Per entrare più nel merito di questo progetto corale, abbiamo incontrato Leo Pari al VDSS Studio di Falvaterra, dove si è tenuta una delle tappe del Listening Party Tour. Qui di seguito il nostro scambio:


Le Medie sembra somigliare più a un laboratorio o un collettivo situazionista che a una vera e propria band, ci puoi parlare più nello specifico del progetto?

Circa 3 anni e mezzo fa decisi di fare della musica un po' diversa rispetto a quello che è rappresentata dal mio nome. Volevo sperimentare e soprattutto fare cose nuove con altri, non più curare individualmente i vari aspetti della scrittura e della produzione discografica, ma qualcosa che potesse coinvolgere le personalità più disparate in un progetto collettivo.

Nelle vostre intenzioni l'esperienza è nata e conclusa con questo progetto o pensate che possa essere protratta nel tempo?

Le Medie è un progetto che verrà sicuramente portato avanti: c'è già nuovo materiale pronto

Cosa significa concretamente oggi quello che voi definite un progetto ‘open source’? È solo un metodo o anche una posizione politica?

Politico se consideriamo il Potere delle case discografiche, questo è certamente un progetto proletario e sovversivo. Voleva esserlo: l'idea iniziale era appunto una musica libera, fuori dalle logiche algoritmiche e le tempistiche radiofoniche. Molti brani del disco non hanno proprio ritornelli o, se ci sono, sono stati inseriti nei punti in cui non ci si aspetterebbe. È un disco che si è venuto a formare in fieri; ho iniziato a fare session con producer, autori e musicisti diversi, dando sempre questo spunto iniziale: facciamo qualcosa che parla di futuro o di una realtà distopica.

Come spiegheresti questo retrofuturismo che pervade oggi diversi progetti come il vostro? Più nello specifico, non solo a livello personale, ma anche culturale e globale, la nostalgia degli anni '90

Noi viviamo in un'epoca post-moderna in cui non c'è nulla di innovativo: tutto si rifà a qualcosa di vecchio. Non c'è una vera e propria identità, magari c'è stata la trap negli anni '10, ma in questi anni '20 non vedo particolari innovazioni in musica. La premessa del racconto è "negli anni '90 di un secolo futuro". Gli anni '90 sono il periodo in cui io andavo alle medie, è stato il momento in cui mi sono formato artisticamente, ma è stata soprattutto un'epoca con un'estetica particolarmente futuristica, se pensiamo alle moto, alle auto, alle sneakers, ai colori fluo, o ad Andre Agassi che è stata l'icona di quegli anni.

Riguardo il significato del titolo, che sembra un gioco di parole tra sci-fi e shy (timido)?

In questo concept album, che è una storia vera e propria ed è stata arricchita da una sceneggiatura a cui seguirà un mediometraggio animato di 30 minuti, abbiamo toccato soprattutto la tematica della chiusura emotiva. Parlando del futuro in realtà noi vorremmo parlare del Presente, accendere una spia di pericolo per quelle che potrebbero essere le tematiche che affronteremo un giorno. Un aspetto infatti che percepisco fra i ragazzi oggi è la difficoltà ad esprimersi emotivamente, eludendo la partecipazione emotiva dietro etichette come 'cringe' o risate liquidatorie, come se il coinvolgimento emotivo equivalesse ad essere vulnerabile. Da lì è nato il concetto di 'shy'. Poi nella fattispecie è la storia di questi due ragazzi che si amano ma tra cui il non-detto spesso supera quello che riescono a dirsi, creando una distanza siderale.

Quali sono stati i riferimenti, non necessariamente solo musicali, che hanno costellato questo progetto?

Tantissime cose: le influenze sono, appunto, non solo musicali. Ad esempio, una delle fonti principali è l'anime Kenshiro, o lo stesso Mad Max da cui è ispirato. Ma poi a livello musicale c'è un mix di house commerciale anni '90 ed elettronica che ha creato qualcosa, a mio avviso, di piuttosto originale.

A livello personale, negli anni hai lavorato come produttore, autore o 'regista' dietro le quinte. In questo progetto che ruolo hai avuto e a quali novità ti ha introdotto rispetto al tuo consueto modo di lavorare?

Io mi sono messo in secondo piano in realtà, anche un po' nascondendomi dietro gli altri. Canto quasi in tutti i brani, ma nella maggior parte si tratta di sezioni brevi. Dal momento che questo era un concept album, mi piaceva l'idea che ci fosse una serie di attori e personaggi, che sono i vari feauturing nel disco, che in qualche modo portassero un loro punto di vista sui diversi argomenti. Il mio approccio quindi è stato molto diverso. Abbiamo scartato molto materiale, non tutto è finito dentro questo lavoro, ma quello che abbiamo scelto ha un carattere particolarmente sperimentale. Ovviamente non facciamo musica concreta, parliamo sempre di pop, ma alcuni brani come Julia '93 o Anni Luce che sono una sorta di suite, come se fossero diversi pezzi messi assieme con una struttura cinematica.