I Basement ripartono da zero con Wired

I Basement ripartono da zero con Wired
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Otto anni di silenzio possono sembrare un’eternità per una band, ma certe storie non finiscono davvero, e anzi, la storia dei Basement conosce questa particolare parabola: ogni volta che si fermano (che sia lo scioglimento nel 2012 che il periodo Covid), diventano ancora più grandi. Quest'estate il quintetto inglese è tornati con Wired come se dovesse dimostrare qualcosa, prima di tutto a sè stesso. Con John Congleton in cabina di regia, il suono è diventato più sporco, vivo, quasi instabile. Alle spalle c’è anche il “sapore amaro” dell’esperienza con una major e la necessità di ripartire da zero. Lontani dalle pressioni, la band ha riscritto tutto con più libertà, più urgenza, più verità. Mentre Covet rinasceva su TikTok, portando i Basement a una nuova generazione di ascoltatori, la band lavorava al nuovo album, riversando esplosioni emotive e momenti più fragili. È un disco che parla di scelte, di pause forzate e di cosa succede quando il silenzio dura troppo. In questa intervista con la band di Ipswich cerchiamo di capire cosa succede quando una band decide di tornare senza compromessi.


Otto anni sono un periodo lungo per una band come la vostra. Ma la vera domanda non è tanto “perché tornare proprio adesso?”, quanto: perché tornare con un disco che, per vostra stessa ammissione, doveva sembrare divisivo e definitivo?

Bella domanda. Perché in realtà non riguarda assolutamente il momento giusto. Avremmo potuto pubblicarlo un paio di anni fa, oppure aspettarne ancora un paio — ma volevamo che suonasse nel modo giusto e che fosse qualcosa di diverso. L’ultimo disco è arrivato in un periodo in cui eravamo molto stanchi e non avevamo le idee completamente chiare sul tipo di musica che volevamo fare. Questo ha portato a scelte molto prudenti e sterili. Il tempo trascorso lontano da quel periodo, da quel disco e dall’esperienza della sua pubblicazione ci ha spinto a fermarci davvero a riflettere, a pianificare e a capire cosa fosse importante — e per noi questo significa cercare di creare una vera dichiarazione sonora. Una cosa del genere non nasce dalla sicurezza o dalla sterilità. Sono davvero orgoglioso di quello che abbiamo fatto.

Avete detto che Wired doveva essere la vostra dichiarazione artistica più decisa fino ad oggi. Quando vi siete resi conto che realizzare semplicemente “un altro disco dei Basement” non sarebbe più stato sufficiente?

Giusto per essere chiari, non abbiamo mai cercato attivamente di “fare un altro disco dei Basement” ahah — ma, ancora una volta, semplicemente non potevamo permetterci di andare sul sicuro. Siamo sempre le stesse persone e usiamo gli stessi strumenti, ma volevamo che il disco avesse una sensazione più instabile, più esplosiva. Sapevamo di voler spingere oltre i limiti nel momento stesso in cui abbiamo deciso di realizzare un altro album. Quasi come se fosse stata la nostra ultima occasione.

Vi è mai sembrato che la band fosse arrivata a un vero punto di svolta? E, se sì, cosa vi ha spinto ad andare avanti?

Assolutamente sì, ci siamo presi un anno di pausa prima del Covid perché avevamo bisogno di staccare. Quel periodo di un anno è diventato di quattro anni, e ci sono stati momenti in cui temevamo che non sarebbe mai finita. Ma tutti noi abbiamo trovato il coraggio di esprimere quello che provavamo e quanto questa band significasse per noi. È stato proprio quel coraggio e quella vulnerabilità a tenerci uniti e a darci la concentrazione per continuare ad andare avanti. Sono davvero felice che siamo riusciti a farlo.

Avete descritto questo disco come “un album che le persone o ameranno o odieranno, ma di certo non lascerà nessuno indifferente”. Oggi, con poche rare eccezioni, inseguire il consenso più ampio possibile è quasi diventato un’ossessione nell’industria musicale. Che tipo di reazione vi aspettate dagli ascoltatori, o magari quale sperate di ricevere?

Spero soltanto che le persone capiscano che ci teniamo davvero e che abbiamo dato tutto quello che avevamo. Puoi non apprezzarlo, ma non puoi pensare che non ci siamo messi davvero in gioco o che l’abbiamo realizzato tanto per farlo. Mi farebbe piacere che alla gente piacesse, ovviamente, ma sono davvero orgoglioso di questo disco e so che abbiamo fatto esattamente quello che volevamo fare. Quindi, tutto il resto è un po’ solo rumore di fondo.

Coinvolgere John Congleton è stata principalmente una scelta stilistica? In che modo pensate che abbia contribuito a spingere o far evolvere il vostro sound?

È stata una scelta a 360 gradi. Ci siamo incontrati con lui nel 2017 e abbiamo trovato subito una grande sintonia sul nostro approccio alla musica e, in particolare, al modo di registrare, ma poi i tempi non hanno mai coinciso. Nel periodo tra quell’incontro e la registrazione del disco, aveva realizzato molti altri album dal suono incredibile e questo ci ha fatto desiderare ancora di più di lavorare con lui. Volevamo l’opposto di qualcosa di pulito e sicuro, e quello è proprio l’ambiente in cui John dà il meglio di sé. Ci ha spinto a essere noi stessi e a non preoccuparci di nient’altro.

Parlate abbastanza apertamente dell’esperienza con una major come qualcosa che vi ha lasciato “un sapore amaro”. Che cosa non ha funzionato esattamente e, oggi, come riguardereste a quel periodo?

Scelgo di concentrarmi sulle incredibili cose positive che sono successe dopo quel periodo. Senza quell’esperienza, forse non ci saremmo resi conto abbastanza di quanto i Basement fossero, e siano tuttora, importanti per noi. Quando sei dentro una situazione, dai molte cose per scontate e delle semplici sciocchezze finiscono per sembrare il peggior problema immaginabile. Il tempo passato lontano da un’esperienza negativa ti costringe a rivalutare il tuo rapporto con le cose e con le persone, e a riconoscerne il valore. A vedere la loro importanza e la loro forza. Sono contento che ci abbiano lasciati andare: senza quell’esperienza, Wired non sarebbe mai esistito.

La storia di Covet probabilmente diventerà un esempio piuttosto emblematico di come funziona la cultura dei media in questo decennio: una canzone di 12 anni che improvvisamente trova una seconda vita attraverso TikTok. Come avete vissuto questo strano sviluppo?

È una cosa completamente folle e incredibilmente fantastica. Quando ha iniziato a succedere, ho riso. Quando ha continuato a succedere, ho continuato a ridere, e quando stava ancora succedendo anche dopo che abbiamo pubblicato nuova musica, ero davvero grato che ci fosse un’intera nuova generazione di ascoltatori, più giovani ed entusiasti, affamata di nuova musica dei Basement.
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Infine, cosa vi ha insegnato il silenzio di questi anni? E in che modo pensate di essere cambiati?

Cavolo, sinceramente questa domanda potrebbe essere l’intera intervista. Potrei parlarne per ore. Invece sarò breve e forse un po’ banale: sono grato per ogni passo falso che è successo e per il tempo e lo spazio che abbiamo avuto tutti tra quel momento e oggi. Ci ha permesso di concentrarci su ciò che conta davvero. Non rimpiango nulla, perché tutto ci ha portati fin qui. Ogni giorno cerco di essere un ascoltatore e un amico migliore per le persone che ho intorno. Cerco di non farmi ossessionare dalle piccole cose e di concentrarmi sul quadro più grande. Cerco di essere grato per tutto e di apprezzare quanto siamo fortunati. Cerco di essere orgoglioso dei miei risultati e di usare quell’orgoglio per mettere in luce l’importanza delle arti creative, e il modo in cui contribuiscono a plasmare e sostenere la società in più modi di quanto possiamo immaginare.