Juju e l'origine del dark sound
'Gotico' è un termine ombrello: con questa categoria ci si riferiva tanto a certe cattedrali medievali quanto a tendenze della letteratura romantica attorno a tematiche come Morte e Perturbante. In musica però il suo uso si lega ad alcune sfumature del post-punk e dei Joy Division, per poi assumere connotati quasi dispregiativi a causa di una schiera di epigoni sempre più stereotipati: elementi sonori (chitarre falcianti, linee di basso melodiche, ritmi ipnotici o tribali, voci da operetta) e sartoriali (capelli cotonati, borchie, abiti di pelle e di pizzo) che finirono per incasellare le band prima ancora che iniziassero a suonare. Questa musica doveva prefigurarsi a inizio anni '80 come un contraltare alla solare e patinata brillantezza del New Pop degli Human League o degli ABC, pur condividendo in realtà entrambi un comune retroterra: il glam di David Bowie. Solo che la moda goth virò quel romanticismo in senso sepolcrale, verniciandolo con una gamma cromatica funerea. Molti di quei gruppi britannici provenivano dalla scena Oi! e anarcho-punk, ma alla ribellione ideologica e politica di quest'ultime, preferirono una via di fuga dalla sterile quotidianità: il rituale, la magia e il mistero. Come disse lo storico Mike Mercer:
“molte delle band che sarebbero diventate goth volevano l’eccitazione del punk, ma non il suo elemento ordinario, quotidiano”

Luogo di incontro: il Batcave, un nightclub di Soho inaugurato nel 1982 che sdoganò l’estetica goth e i riferimenti ai monster movies degli anni ‘30. Da lì in poi fu esplosione per il movimento, ma nelle retrovie qualcosa già si muoveva e dava la scossa definitiva alla sua ascesa. Siouxsie Sioux agli esordi (The Scream, 1978) si muoveva ancora nel solco della retorica post-punk ('il rock è morto, buttiamo via ogni clichè e qualsiasi assolo di chitarra') e di una spigolosità sonora vicina a gruppi come i Wire (celebre il comune suono flanger di chitarra). Ma il sound dei suoi Banshees stava già evolvendo. La band, come altre della wave, iniziò a concepire il punk in una forma diversa dalla sua più classica versione politica: una messa in discussione non del Sistema, ma di sè stessi, del lato oscuro e morboso della natura umana, con le sue nevrosi e ossessioni. Rifiutavano anche l'egualitarismo DIY dei Clash e del movimento punk, mantenendo al contrario una distanza enigmatica dal pubblico. Il loro bassista, Steven Severin, sosteneva che:
“C’è qualcosa di magico nel palco. Pensa tipo ai The Doors: non riesci a immaginarteli come i tizi della porta accanto. Il palco è la loro chiesa. Questo era ciò che affascinava del glam: il fatto che ci fosse una specie di teatro in corso, che venisse presentato un dramma”

Quando nel 1981 la band si riunì in studio per registrare il suo quarto album, ignorava forse quanto fosse prossima a realizzare l'epitome finale della loro stessa intera scena musicale. Juju (una parola per designare l'insieme delle credenze religiose africane) riassumeva sin dal titolo tutto l'immaginario che questo capitolo voleva evocare: magia nera, stregoneria, omicidio e morte. Il disco è introdotto da Spellbound, un 'incantesimo' appunto: uno strumming di chitarra praticamente country che per qualche inspiegabile motivo setta su un'atmosfera sinistra, e una voce teatrale, inaspettatamente 'teutonica' per un timbro femminile, che richiama Ian Curtis e Jim Morrison. Voodo Dolly, un altro 'rituale' evocato per parlare di una relazione tossica e auto-distruttiva; Head Cut è un compendio di maschere mortuarie e teste rimpicciolite. Arabian Knights, un testo da film horror contro il trattamento delle donne in Medio Oriente ('Ho sentito una voce, cosa le hai fatto? Velata dietro schermi, tenuta come una macchina per fare figli, mentre conquisti altri orifizi…'). Il ritmo danzereccio di brani come Into the Light o Halloween porta con sè un esotismo fittizio, una specie di unione impossibile di elementi tribali dai popoli africani e nativi americani (sottolineato anche nell'outfit di Siouxsie, sempre decorata di amuleti, piume e collari). Era un'evasione verso il 'primitivo', un tentativo di uscita da quegli scenari urbani degradati e annichilenti che tanto post-punk aveva rappresentato fino allo sfinimento. Per la prima volta i Banshees flirtavano con la magia e il soprannaturale, ma lo facevano in modo fumettistico, riprendendo i Cramps e il rockabilly e attingendo dai film horror di serie B.
È un fatto quello che osservò Betty Page all'uscita del disco: le donne nel mondo del rock amano (o forse devono?) interpretare 'personaggi' all’interno della loro musica: Toyah si presentava come donna-bambina ribelle, Kate Bush come una principessa fatata e poetica, e poi Siouxsie, prima come ragazza di ghiaccio e dopo come strega, veggente e portatrice di cattivi presagi. Il fenomeno in sè però andrebbe tuttavia inquadrato nella teatralità che discende da Alice Cooper e da musical come il The Rocky Horror Show. Il disco rimase per quasi 4 mesi al numero #7 delle classifiche inglesi, ma la sua eredità culturale si rivelò a posteriori pressochè enorme. Perchè oltre ad aver codificato per sempre l'immaginario dark, è da qui che si diramano quegli affluenti che avrebbero portato alle texture sonore dei Cocteau Twins e del dreampop, senza contare la grande lezione sulla coerenza estetica che avrebbe influenzato artisti come PJ Harvey, e che ancora oggi, a 45 anni dalla sua pubblicazione, continua a insegnare.