Keane capitolo II, il Britpop sotto un Mare di Ferro
All’inizio del nuovo millennio, il Britpop era ormai solo un vago ricordo e c'era chi, come John Harris, ne decretava già la morte, malgrado vaghi ed effimeri postumi del movimento come i Libertines. La previsione, tuttavia, non si rivelò del tutto corretta, dal momento che nei 5 anni che vanno dal 2003 al 2008 il Regno Unito vide tutto un proliferare di nuove band nella sua scena indipendente. A quel punto c'era anche chi, come diversi giornalisti, tendeva a esaltare band 'minori' quali Razorlight, Kasabian o Bloc Party nella speranza di rinverdire i fasti di un'epoca in cui la stampa britannica decretava il gusto e il successo di una scena. Nel tentativo di creare questa 'seconda ondata', alcune riviste sperticate tentarono persino di riproporre la rivalità tra Blur e Oasis (a sua volta mutuata dalla competizione alimentata dai media tra Beatles e Rolling Stones) con i Kaiser Chiefs e gli Arctic Monkeys nel ruolo di antagonisti. Top of the Pops si chiedeva: "Siamo nella seconda ondata del Britpop? perchè i gruppi britannici sembrano di nuovo conquistare il mondo". La realtà nei fatti era un po' diversa: nel 1997, il movimento Cool Britannia si era esaurito, l'entusiasmo per la bandiera britannica erano stato soppiantato dall'immensa popolarità delle Spice Girls e i Radiohead pubblicavano Ok Computer, proiettando nel mainstream musica sperimentale e testi astratti dalle atmosfere deteriori. A voler trovare quindi un vero filo conduttore a quegli anni disomogenei di post-Britpop, bisognerebbe senz'altro identificarlo nel rifiuto dell'edonismo dell'era-Blair e nella sostituzione del suo distorto suono chitarristico con una vocazione per canzoni melodiche, tutte chitarre pulite e testi introspettivi. Interpreti principali: Coldplay, Keane, Travis e Snow Patrol.

Il rock di Oasis, Blur e Manic Street Preachers, malgrado la sua ampia popolarità, era ancora considerato 'alternativo' dal mondo anglofono, specie se confrontato con le sonorità sdolcinate dei Take That. Gli "inventori del Britpop moderno" erano invece i Travis, incensati come tali da Chris Martin in persona, determinanti con la loro estetica folk e malinconica nel decretare un ritorno al pop chitarristico classico, contrario alle asperità e arroganze dei fratelli Gallagher. Poi c'erano i Keane che, forti del successo raggiunto col loro disco di debutto (Hopes and Fears, 2004) e di singoli come Somewhere Only We Know, This is the Last Time ed Everybody’s Changing, potevano già vantare una discreta notorietà transatlantica. Dopo due Brit Awards, una nomination ai Grammy e diversi tour mondiali andati sold-out, la critica iniziò a considerarli una piacevole e accessibile alternativa ai Coldplay. Caratterizzato dal distintivo suono pianistico (il chitarrista Dominic Scott se ne andò prima di registrare l'album di debutto e la band decise di non sostituirlo), il trio era tutto votato a suoni melodici e incantevoli in cui non poteva trovare posto alcuna tensione o dramma: in Try Again il cantante, Tom Chaplin, si addormenta "su un treno notturno" perdendo la sua fermata, e questo sembra essere il peggio che possa succedere nel mondo messo in piedi dalla band. Eppure, sulla scia di quanto realizzato da quei trendsetter che erano i Travis in 12 Memories (2003), la band decise a un certo punto di iniziare a guardare in faccia una realtà lacerata dalla guerra, incupendo il proprio universo. Il singolo Is It Any Wonder? trae ispirazione dal coinvolgimento britannico nel conflitto in Iraq; Atlantic osserva per la prima volta le brutture dell'invecchiamento e della solitudine; Crystal Ball affronta le dipendenze dalle droghe del cantante. Il tastierista Tim Rice-Oxley creò nuovi suoni, combinando il suo caratteristico piano Yamaha CP70 con diversi pedali per chitarra, dando vita a enormi e opprimenti muri di distorsione, debitori di The Edge e dei Radiohead di The Bends.
Il titolo dell'album, “Under the Iron Sea” restituisce l'idea di uno stato mentale chiuso, oppressivo e difficile da attraversare, confermato nella lettera apparsa sul sito della band nell'aprile del 2006 per annunciare l'album:
"Nel disco abbiamo cercato di affrontare le nostre paure peggiori, di analizzare senza pietà noi stessi e di intraprendere un viaggio nei luoghi più oscuri che riuscivamo a trovare. Abbiamo costruito una sorta di mondo fiabesco sinistro andato storto, una sensazione di confusione e intorpidimento di un luogo oscuro sotto un impenetrabile mare di ferro. Avevamo bisogno di un disco che ci facesse sentire di nuovo vivi"
Malgrado l'immaginario più minaccioso e i paesaggi più atmosferici, i Keane non abdicarono al romanticismo e alla ricchezza melodica che li aveva contraddistinti. È bene ricordare che le loro composizioni teatrali intrise di ritornelli malinconici non incontravano il gusto unanime della stampa che, anzi, trovava la militanza veri e propri detrattori in testate come Pitchfork. A tal proposito, glissava David Raposa:
Non chiamatelo calo da secondo album: i Keane arrancavano fin dall’inizio. Qui troviamo 60 minuti di mid-tempo alla Radiohead: tanto pianoforte, batteria misurata, una valanga di cliché da biglietto d'auguri in grado di mettere in imbarazzo perfino Bono e un suono abbastanza grande da riempire un’arena sponsorizzata da una multinazionale. Il disco non è inascoltabile. Magari lo fosse: la sontuosa produzione di Andy Green rende l’esperienza dolorosamente piacevole. Un po’ di sostanza in mezzo a queste calorie vuote aiuterebbe a digerire meglio il disco.

Tendeva a ridimensionarli anche Rolling Stone quando sosteneva che questo poteva essere "tanto un pop capace di toccare il cuore quanto semplicemente una piacevole musica da cena". Lizzy Goodman, nella sua ricostruzione del sottosuolo musicale newyorkese di inizio anni '2000, li cassava in questo modo:
"Nel post-Britpop c'era questo terribile sottomondo pieno di Travis e Keane. Steve Sutherland descrisse il lettore di NME medio come il tipico ragazzino puzzolente nel parco giochi della scuola con indosso un parka troppo grande a cui non volevi rivolgere parola. Stiamo parlando di un periodo in cui i Coldplay erano considerati alternative"
Rispetto alla puerile gioia tra entusiasmo e incertezza di Hopes and Fears, il sophomore Under the Iron Sea si configurava come una raccolta influenzata da una visione disincantata della vita e dei problemi del mondo. Un racconto che doveva descrivere in qualche modo, a mo' di flusso di coscienza, anche le loro difficoltà di crescita come gruppo (brani come A Bad Dream e Crystal Ball dovevano essere indicativi in questo senso) in un contesto in cambiamento (qualche mese prima erano usciti ad esempio The Backroom degli Editors e Meds dei Placebo, dischi che in quegli anni avrebbero riscritto il sound atmosferico in Gran Bretagna). Ed è in questo sforzo che il secondo lavoro dei Keane risulta a posteriori ancor più lodevole del pur trionfale album di debutto: nel suo evolvere senza snaturarsi, nel rabbuiarsi come fase di crescita, nell'osare al di fuori della comfort zone, senza la pretesa di voler ripetere a tutti costi lo straripante successo commerciale del predecessore.