Klimt 1918 - Àmor
7.0
Non è mai stato facile in nessuna latitudine del mondo e in nessuna epoca crescere come un adolescente disadattato, impaziente di manifestare al mondo la propria estraneità e il proprio disgusto rispetto alle tendenze della massa, pur essendo nati senza la sfrontatezza ribellistica che ti fa dire "adesso mi vesto come una suora sexy e vado al concerto di Marilyn Manson". Se questo è vero, lo è ancor di più per chi si trovava ad affrontare i teen years in Italia a cavallo dei primi anni '2000. Non c'era un vero e proprio 'movimento' per lo shoegaze e il post-rock, a differenza di quanto c'è stato nell'indie e nell'alt rock: c'erano i Cosmetic, per chi voleva una slackery alla Dinosaur Jr, rumorosa ma mai poseur; a tratti c'erano Rev Rev Rev e Stella Diana, per ripercorrere a penna un po' i fasti tra post-punk e primordi del gaze; c'erano i Giardini di Mirò a far rivivere quelle nebbiose atmosfere anglosassoni su suolo italico; e poi c'erano i Klimt 1918. Ecco, questi ultimi non avevano inventato nulla quando esordirono nel 2003 con Undressed Momento, ma seppero diventare nel tempo, come si suol dire, una 'firma'. Nessuno suonava come loro dalle nostre parti: il loro fu un upgrade disco dopo disco, fino a quello che, almeno a nostro avviso, rimane il vertice della loro produzione, Sentimentale Jugend (2016). Un monolite di 19 brani affogato in coltri di feedback alla Sigur Ros che, almeno fino a ieri, era rimasto per 10 anni il loro ultimo lavoro.

Tornano invece oggi con un nuovo capitolo, il quinto della loro discografia, dal titolo Àmor. I cambiamenti che investono un'intera scena nell'arco di un decennio sono inevitabili e, nel nostro caso, sono particolarmenti profondi sponda dreampop (non torneremo in questa sede a ri-elencarli un'altra volta, vi rimandiamo a un nostro approfondimento qui). Il quartetto romano ne risente? L'impressione dopo il secondo ascolto del disco è che la band romana abbia messo le tende nel proprio studio dal 2016 a oggi (che accezione si voglia dare a questa considerazione, rimane una scelta del tutto personale). La setlist è attraversata interamente dal loro marchio di fabbrica: orchestrali con chitarre inondate di riverbero al posto degli archi e cori che si disperdono nell'aere. L'apertura di Dream Core è del tutto programmatica in questo senso (il video sembra dar vita a una copertina dei Galaxie 500); il finale di Aventine (che a livello melodico ricorda Woman in Chains) sa di ispirazione Ride, mentre Eros ha un visibile conto in sospeso con gli Slowdive, malgrado l'irruzione senza invito dei fiati. Si staccano un po' dal tracciato la bonovoxiana Un'Été invicible che riavvolge i fili del legame con gli U2, già presente nei primi dischi dei Klimt; e Petricore, anche solo per il fatto che risulta l'unica cantata in italiano.
Il ritorno della band nell'anno delle reunion (anche se in realtà il collettivo non si è mai sciolto) è una piacevole notizia, come spesso è dolce e confortante riascoltare i sapori, in questo caso quelle chitarre cristalline che risuonano come echi nella nebbia, che ti avevano accompagnato molti anni prima in età più giovanile e illudersi, fosse anche per un istante, che l'orologio si sia fermato. Il punto è che dura un attimo: tornato alla realtà realizzi che il tempo alla fine è andato avanti, molte cose sono cambiate, in alcuni casi perdendo anche i connotati con cui le avevi conosciute, e che neanche tu sei più lo stesso. Ti fermi per rifletterci, porti la mano sul tasto 'stop' del cellulare pensando di avere ancora in mano un iPod, per poi ricordarti che il nuovo disco dei Klimt è in streaming su Spotify e che pure questa piattaforma d'ascolto (così sulla cresta dell'onda all'uscita di Sentimentale Jugend) sta a sua volta morendo.