Ljdia Musso e il racconto degli ultimi carbonai
La fotografia può raccontare molto più di ciò che mostra: può custodire memorie, interrogare il presente e dare voce a realtà spesso invisibili. È questa la cifra del lavoro di Ljdia Musso, fotografa, sociologa visuale e curatrice, che da anni indaga i temi dell'identità, della sostenibilità e delle economie marginali attraverso un linguaggio documentario attento e sensibile . In questa intervista ci introduce suo ultimo lavoro, Sulle tracce degli ultimi carbonai, un racconto per immagini premiato con la Medaglia d'Oro ai Tokyo International Foto Awards 2025, porta alla luce una realtà poco conosciuta, trasformando la fotografia in uno strumento di riflessione sul rapporto tra uomo, territorio e il concetto di "restanza", restituendo dignità a una tradizione che continua a parlare al nostro presente.

Hai scelto di raccontare realtà spesso invisibili. Da dove nasce questa attenzione verso le marginalità e le comunità ai margini dei grandi racconti mediatici?
Innanzitutto, questo mi porta a pensare alla parola "margini". Io sono terribilmente attratta da tutto quello che si colloca ai margini, dalle smarginature, dalle crepe. Dalle crepe che — come diceva Leonard Cohen — filtrano la luce. È soltanto dalle crepe, guardando le smarginature e le imperfezioni di un sistema che vuole apparire a tutti i costi perfetto — e che negli ultimi anni ci sta dimostrando che perfetto non è, anzi, ha tantissime falle — che possiamo forse trovare delle soluzioni di convivenza più civili e sostenibili, sia tra di noi sia con il nostro pianeta. Questo è sicuramente il concept alla base di tutto il mio lavoro: l'obiettivo è trovare nuove forme di resistenza e dare visibilità alle falle del sistema. Per capire da dove nasca, però, dobbiamo tenere in considerazione la mia formazione. Vengo da una famiglia in cui c'è un padre sociologo e una madre che mi ha portato a vivere in maniera totalmente diversa la diversità; mi ha portato a conoscere tutte le realtà ai margini, a non percepirle, in un certo senso, come tali. E quando ti incontri con realtà di diverso tipo, ti torna utile tutta la formazione che, vuoi o non vuoi, ti ha trasmesso tuo padre: porre delle domande alla realtà e cercare delle soluzioni. La fotografia, in questo caso, è davvero diventata un terzo occhio, un sistema di esplorazione, analisi e ricerca. Io sono una scimmia curiosa, continuo a porre domande alla realtà.
Come è nato il progetto dedicato agli ultimi carbonai di Serra San Bruno?
È nato dalla mia volontà, molto ferma e ferrea, di ricongiungermi e riconnettermi al mio territorio originario, la Calabria. Sia inteso come territorio naturale, perché le mie radici sono nella montagna e nel mare calabro, sia inteso come un riconnettermi da sradicata. Si parla tanto di "restanza" da quando i testi di Vito Teti sono andati in auge, e io sono una persona che è stata soggetta praticamente in maniera continua a uno sradicamento. Per tanto tempo non ho avuto radici in nessun posto e ho avuto il gusto di poter avere delle radici come fanno le persone che vivono, nascono e muoiono in un solo luogo. Quindi il progetto nasce dalla mia voglia di riconnettermi con le realtà di restanza della Calabria e di narrare, anche in questo caso, comunità percepite come marginali ma che poi alla fine, se le si guarda bene, marginali non sono. Rappresentano infatti le vere forme di economia alternativa, sono delle punte di diamante della nostra realtà economica.

Parli di "economia del fuoco" come alternativa ai modelli economici contemporanei. Cosa possono insegnarci oggi i carbonai?
Innanzitutto, quello che ci insegnano i carbonai è la circolarità, il rimanere connessi al proprio territorio di origine, avendone tutela e rispetto. È la stessa percezione che ho avuto quando mi sono incontrata con il mio ultimo progetto che sto portando in porto, in cui parlerò di un'altra realtà calabrese: i fabbricanti di pipe Grenci. Si tratta di un'altra punta di diamante della produzione calabrese. Sono tutte realtà, oltretutto, "imbinariate". Sono sogni e, come diceva Mapplethorpe, «preferirei fotografare un'idea piuttosto che un oggetto e un sogno piuttosto che un'idea». Sono persone che hanno dei sogni duri e che si sono dotate degli strumenti per portarli avanti; le loro attività sono tutto il loro mondo, a differenza di un mondo in cui non si desidera più nulla e ci si ingabbia in scatole in cui veniamo condannati all'infelicità. I carbonai ci insegnano delle forme di vita in cui si riesce a continuare a fare quello che si vuole, rimanendo molto imbinariati: non sono dei sogni campati in aria. Sia i carbonai, sia i fabbricanti di pipe sono delle eccellenze perché vengono esposti in spazi espositivi e hanno clienti anche a Dubai; sono conosciuti a livello nazionale e internazionale.
Nel progetto compare spesso il concetto di "restanza". Cosa significa per te e perché ritieni che sia così attuale?
L'uomo è stato, come dice Vito Teti, stanziale per tantissimo tempo: la maggior parte delle persone è nata, vissuta e morta nello stesso posto. Io sono stata soggetta, come dicevo prima, a uno sradicamento continuo e, per forza di cose, sto ancora una volta rispondendo a delle domande su me stessa. La fotografia per me è uno strumento con cui interrogare la realtà e fare domande anche a me stessa. Perché è così attuale? Perché oggigiorno ci sono tantissime persone che non per scelta, ma costrette, sono destinate a essere sradicate. Si parla tanto di flussi migratori e di nuovi schiavi. Sono condizioni molto distanti dalla mia, perché io sono stata sradicata anche, in un certo senso, volontariamente, avendo voluto essere una nomade per tanto tempo; per tante persone, invece, non è così. Quindi parlare di restanza oggigiorno per me è fondamentale, perché le persone dovrebbero essere libere di scegliere.

Hai detto di aver scelto il bianco e nero come metodo di analisi più che come scelta estetica, perché il colore avrebbe raccontato meno questa storia. Come si articola questo punto di vista?
In realtà dipende dal punto di vista che si adotta in quel determinato momento. In questo progetto ero più concentrata sui gesti e sulle texture che popolano il mondo dei carbonai. Il loro mondo è quello delle Serre, contesti totalmente immersi in un verde che avrebbe potuto deviare l'attenzione, perché è davvero sovrabbondante, rigoglioso e stravagante. Forse, in un certo senso, quel colore parla tantissimo dell'ecosistema dei carbonai, e infatti esistono due versioni del racconto; tuttavia, in questo momento sento molto più vicino alle mie corde e al mio punto di vista attuale la versione in bianco e nero, proprio perché si concentra sugli aspetti socio-antropologici del gesto.
Qual è, almeno a tuo avviso, il confine tra documentazione, interpretazione artistica e attivismo?
Non c'è. Come ci ricorda Maria Alba Russo, che ho di recente intervistato e che è una grande documentarista, il nostro stesso atto di vivere in un ecosistema è politica, nel senso puro del termine. E attivismo non significa altro che prendere una posizione. Se viviamo in un determinato contesto, prendiamo sempre una posizione: anche quando scegliamo di girarci dall'altra parte o di essere inattivi, in realtà stiamo agendo, stiamo prendendo una decisione e una posizione.
Qual è, infine, il potere delle immagini oggi in una società così satura di stimoli visivi?
Il potere delle immagini oggi risiede nella capacità di connettersi profonamente con le emozioni della gente, strutturando racconti che non siano freddi, ma evocativi. Questo avviene sfruttando da un lato le mie competenze in marketing e progettazione per dare solidità al progetto, e dall'altro la mia sensibilità di documentarista, la mia visione di artista e la capacità di gestire un linguaggio poetico, emotivo ed evocativo.
