Murosuono - Chimera

Murosuono - Chimera
7.5

Dopo la constatazione, arriva sempre l'amara presa di coscienza. Così, se negli ultimi tre anni l'underground italiano ha cantato di case che crollano a pezzi (Quercia), di imperi che cadono sotto il peso delle scorregge (Post-Nebbia) e di bombe nucleari sugli alveari (Giorgio Poi), il secondo disco dei Murosuono urla: "Non voglio restare fermo a guardare le macerie dalla parte sbagliata di un telescopio". Sembra un'operazione sempre un po' arbitraria rileggere in senso universale testi concepiti per l'intimità, soprattutto in ambito post-hc dove regnano le ragioni dell'autobiografismo, ma spesso versi del genere si rivelano talmente su misura rispetto alla contemporaneità che non possono che esser letti come spie di una precarietà vissuta a tutti i livelli. A chi bazzica il genere, è abbastanza noto quanto la scena screamo ed emo romana sia tra le più fertili della Penisola (Lillà, Reemo, Algot, Sutura), diverse gravitanti attorno all'indipendente Kosmica Dischi. Da questa, in collaborazione con Slow Down e Spleencore Records, viene rilasciato il secondo atto di un altro quintetto romano, reduce dal debutto di Che forma prenderò domani (2024). Il disco è un lavoro dal taglio classico (si perde il conto dei riferimenti ai Quercia, ai Gomma, ai Batièn o comunque a tutta la schiera del cosiddetto Centrovest Emozionale), ribadendo però la vitalità tellurica di questo movimento, capace di sopravvivere nelle periferie del pubblico agone discografico nostrano.

Non serve neanche schiacciare il tasto play grazie alla graphic art un po' naïf della copertina, che riporta vagamente alla mente gli artwork di Transatlanticism o degli ultimi lavori de La Dispute. Le plettrate e rullate trionfali che preludono all'opening di Paradiso; le stilettate svolazzanti che inaugurano Cose Semplici; "Sono pieno degli adesivi che mi hai lasciato", un verso che suona pienamente Riviera; il break down finale di Ansia che poteva trovare già posto in Non è Vero che non ho più l'età; le chitarre nella chiusura di Brutto Scherzo che tradiscono una sottocutanea vocazione gaze. Chimera è un prodotto grammaticalmente puntuale, quasi il compendio degli stati d'animo che abitano tutto un sottobosco nazionale ancora attuale. Non aspettatevi una deviazione dalle traiettorie della scena (a cui in realtà spetterebbe un riconoscimento di pubblico su larga scala che ancora tarda ad arrivare), ma un dardo dritto ai nervi scoperti della lost generation italiana. Sotto quell'aspetto sì, non mancherà di certo il colpo.