Per i Management del Dolore Post-Operatorio raccontare l’orrore è necessario
L'ultima uscita risale al 2022, con il sesto album Ansia Capitale (a cui poi è seguita l'anno successivo una riedizione deluxe). Ritornano al presente i Management del Dolore Post-Operatorio, la band di Luca Romagnoli e Marco 'Diniz' Di Nardo, con un singolo che anticipa la prossima uscita di un album. Gli Anni di Strapiombo, sarà questo il titolo del loro settimo lavoro e che accompagnerà anche le date di un tour in partenza a fine maggio. Contraddistinti da sempre da un approccio comunicativo particolarmente diretto, talvolta provocatorio e lontano dalle convenzioni, la band ha anticipato questo futuro capitolo discografico con un singolo che, per forza espressiva e impatto emotivo, difficilmente avrebbe potuto incarnarne meglio la crisi dei nostri giorni, già solo dando una scorta al titolo e all’artwork. Incuriositi dalle loro intenzioni, abbiamo rivolto alcune domande direttamente alla band:

Per iniziare, ci raccontate un po’ la genesi del nuovo singolo (ndr. Per i Bambini Morti), che non potrebbe esser più chiaro negli intenti del suo stesso titolo? Anche a livello di scrittura, dal momento che a noi ha ricordato come vibes una via di mezzo tra Com’è Profondo il Mare e L’Ultima Luna
Avevamo questa idea di piangere una terra in croce. Volevamo assolutamente musicarla. Era così importante per noi che abbiamo inserito questa canzone nel disco prima ancora di scriverla. L'ispirazione viene da un componimento del XIII secolo, dove la crocifissione viene raccontata attraverso il dolore della madre, la Madonna.
L’altra notizia è che state tornando con un nuovo LP. Che tipo di lavoro dovremo aspettarci e, anche se abbastanza eloquente, a cosa fa riferimento il titolo (ndr. Gli anni di Strapiombo)?
In autunno torneremo con il nostro nuovo disco. Beh, anche questo titolo non ha bisogno di troppe spiegazioni. Il mondo è sempre stato ultra-violento, ma è la prima volta che assistiamo alla violenza in diretta, e questa viene moltiplicata dall’indifferenza di chi guarda. Vuol dire che la diamo per scontata. Da qui, oltre al piombo, si vede il baratro.
Sono del resto passati quasi 4 anni dalla vostra ultima uscita (Ansia Capitale, 2022), come avete impiegato questo tempo a livello di band e cosa vi ha arricchito, sia a livello biografico che musicale, in questi anni?
Abbiamo suonato e scritto tanto, ma soprattutto ci siamo arricchiti riposando. Siamo dell’idea che la ricchezza sia una cosa creata su ciò che si toglie e non su ciò che si aggiunge.

Il comunicato del nuovo album è accompagnato da un vostro virgolettato ben chiaro sulla necessità di schierarsi in questi tempi, laddove “C'è chi lo dice, forse controvoglia, poi però torna a scrivere ed arrangiare la macarena”. Qual è secondo voi la linea di confine tra presa di posizione e semplificazione?
Non si può chiedere all’umanità di essere sempre concentrata sull’orrore e di non prendersi mai un momento per la gioia e per la leggerezza. Ma raccontare solo l’amore e solo l’estate è un livello di demenza assoluto.
Nel 2013, dopo il concertone del Primo Maggio, parlavate del ruolo del giullare, della provocazione come forma di verità e della necessità di ‘stimolare il dialogo’ anche attraverso lo scandalo. Oggi sentite continuità con quell’idea o è cambiato il modo in cui pensate che la musica debba prendere posizione?
Portiamo dentro ancora quella rabbia e quelle convinzioni: bisogna raccontare il mondo, che è fatto di tante cose, reali e irreali, gentili e violente. Scegliere solo di raccontare il privilegio occidentale del cazzeggio è un atto di stupidità e cecità.
In ultimo, avete già annunciato sui vostri profili alcune date del tour, ma cosa dovrà aspettarsi il pubblico in termini di performance e scaletta?
Il solito. Deve aspettarsi una band che sul palco mette tutta l’anima possibile, senza risparmiarsi.