PISS - You Made Me / Skin on Linen

PISS - You Made Me / Skin on Linen
9.0

I PISS sono, senza divagare troppo, la miglior incarnazione che il sottoscritto abbia mai potuto sentire recentemente di ciò che erano lo spirito e la poetica Sonic Youth. Siamo certamente più in direzione pigfuck rispetto a un classico noise rock: uno tsunami di feedback e di urla disperate ci invadono i timpani dal primo secondo con foga depravata e iconoclasta. Ma, d'altro canto, questo quartetto canadese sottoscritto dalla storica Sub Pop Records (etichetta che a Seattle ha determinato la nascita del movimento grunge e oggi rimodulatasi in una formula più eclettica), realizza qui all'esordio una musica tanto fisica, violenta e viscerale, quanto emotiva e intellettuale, alternando droni ipnotici e metallici a contorsioni brutali in cui gli strumenti sembrano svestire i suoni per cui erano stati concepiti. Aprono la scaletta voci di bambini che, con ottimismo infantile, dichiarano di voler diventare astronauti, artisti o sportivi; una bambino non fa in tempo a finire di declamare il proprio sogno che come un caterpillar entra in scena un tornado di chitarre stridenti e disfattiste. Non poteva esserci intro più eloquente.

Il discorso della femminista Andrea Dworkin, con cui nel 1986 dedunciò l'industria pornografica come macchina di violenza contro le donne, fa da prologo a una sfuriata (si presume) auto-biografica sull'educazione repressiva di adattamento alla sopravvivenza ("Be a good bitch"). Una deposizione al processo di Mazan del 2024 descrive la giustificazione fornita in aula da alcuni dei 50 imputati, accusati di aver violentato Gisèle Pelicot, per un decennio sedata con sonniferi dal marito per essere stuprata da sconosciuti reclutati online. Il pattern si ripete quasi a due a due: silenzio e poi un tonfo. La band ricomincia a sputare malessere costringendo l'ascoltatore a partecipare al teatro dell'ingiustizia. Persino nel momento superificialmente più rilassante, in cui le chitarre si distendono in arpeggi melodrammatici, i canadesi si esibiscono in un terrificante racconto singhiozzante di abusi. Taylor Zantingh, frontgirl del quartetto di Vancouver, dimostra qui una potenza e un carisma fuori dal comune, alternando lo spoken word apparentemente nonchalant (in realtà sofferto) alla Kim Gordon con le invettive sclerotiche più aduse al genere.

Questo album di debutto non è solo rabbia catartica, teatro o arte performativa. È vita vissuta, è politica nel senso più rudimentale del termine, è risveglio delle coscienze nella formula più incisiva concepile. Difficile far confronti tra le più recenti uscite: il disco si staglia con un'autenticità e una capacità comunicativa a tratti disarmante. Reclama attenzione non solo mentale o uditiva, vuole che soffri con lui nei recessi più mefitici del mondo, da dove guardare la realtà circostante, quella acchittato per le belle apparenze di tutti i giorni, per capire quanto questa sia ben più spaventosa del più lugubre tugurio. You Made Me / Skin on Linen farà parlare di sè in patria e, se terranno fede alle premesse, i PISS potrebbero dare una bella sterzata al movimento.