Placebo '96, l'Altra UK

Placebo '96, l'Altra UK

Nel 1992 la tv britannica passava in onda un episodio della serie 'L'Ispettore Morse'. Lo storyboard era semplice: misteriose morti adolescenti collegate a una nuova droga messa in circolazione. Dietro la banale finalità pedagogica per il 'no alle droghe', la puntata raccontava una nuova Inghilterra spaccata in due: da una parte quella tradizionale, ancora legata ai pub e all'alcol; dall'altra una nazione più giovane, ora dedita ai rave notturni e all'ecstasy, mai così diffusa e a buon mercato come allora. Ancora più eloquente il finale dell'episodio, in cui gli adolescenti si scoprono morti non per overdose, ma perchè avendo intravisto il Paradiso in Terra, capiscono che il ritorno alla realtà si sarebbe rivelato un 'risveglio' troppo duro da sopportare. Negli anni '90, la circolazione dell'MDMA ridefinì, suo malgrado, la controcultura giovanile britannica, riducendone sì le inibizioni, ma anche l'aggressività (ivi compresa quella sessuale, fino a estremi di soppressione dell'appetito). Ecco perchè, contro la retorica della liberazione sessuale degli anni '60 e l'immaginario pop (saturo invece di sesso), la cultura rave finì per richiamarsi all’infanzia prepuberale (colori sgargianti, abiti larghi, lecca-lecca, peluche). Una de-fallicizzazione che aprì a un codice visivo “effeminato”. È questo l'humus culturale da cui vide luce il disco d'esordio dei Placebo.

Placebo in concerto al Luna Theatre di Bruxells, 23 maggio 1996

Formatisi nel 1994, in piena età-Tony Blair, i Placebo nascevano in un contesto dominato a livello mediatico dalla Cool Britannia, un fenomeno identitario che potremmo definire, sintetizzando un po', un misto tra una reazione anglosassone al grunge americano e all'omologazione seriale dell'industria pop. Una temperie che portò gli inglesi a scavare nella propria tradizione (Beatles, Kinks, Smiths, Jam) per riattualizzarla e dare vita al Britpop. Quest'ultimo fu essenzialmente un 'non-genere', un indie pop chitarristico dall'estetica retrò, che si configurò però al contempo come una scena a partecipazione prevalentemente maschile, etero e della middle class (in un Paese in cui la divisione di classe è tradizionalmente piuttosto sentita). L’ottimismo del movimento fu un prodotto mediatico, venduto da stampa e marketing, per rappresentare il nuovo corso del Partito Laburista: giovane, moderno, popolare. Dal 'No Future' alle 'High Hopes', un passaggio evidente sin dagli scenari urbani nei video: la Gran Bretagna non era più il luogo tetro e opprimente del post-punk, ma lo spazio in cui i Blur giocavano a calcio tra i piccioni di Trafalgar Square.

Un'immagine in totale contraddizione con l'alienazione di una certa sottocultura del tempo. Del tutto significativo, quindi, che una risposta a questo movimento arrivasse da una band che più cosmopolita di così non poteva esistere. Il progetto Placebo nacque con l'incontro del bassista svedese Stefan Olsdal e del cantante americano Brian Molko in una scuola in Lussemburgo, a cui poi si aggiunse il batterista svizzero Robert Schultzberg, quando la band pose le radici nella stazione metropolitana di South Kensington a Londra. Placebo Atto Primo uscì nel giugno del '96 e fu un successo underdog. Nel disco si respira pura angoscia adolescenziale, con l'androgino Molko preoccupato praticamente di qualsiasi cosa: del suo corpo che si deteriora (Teenage Angst), della sua mente devastata dall’abuso di sostanze (Hang On To Your IQ), della temperatura corporea sull'orlo dell'overdose (36 degrees). Molko si trucca, si impregna di profumo scadente e fa sesso con un sacchetto di carta in testa (Nancy Boy) in un gioco di destrutturazione, come disse in un'intervista del tempo al Melody Maker:

“Abbiamo cercato di rappresentare l'impeto sessuale indotto dall'ecstasy, ed è evidente come il personaggio della canzone sia completamente fuori di testa per le droghe. Non promuoviamo la promiscuità, ma non la giudichiamo nemmeno. Prendiamo in giro le classiche frasi macho - ‘Scoperei una donna con un sacchetto di carta in testa’. Critichiamo le persone che pensano sia di moda essere gay. Oggi, come l’eroina è “di tendenza”, anche la bisessualità sembra essere chic. La mia sessualità, invece, è fluida ma reale. Ho avuto emozioni confuse da quando ho scoperto la mia sessualità, ed è qualcosa con cui sono arrivato a patti”
Placebo sul Melody Maker, 8 febbraio 1997

Il segreto fu infilare questo genere di controversie in canzoni pop dalle melodie indecentemente orecchiabili, così che la gente potesse canticchiarle molto prima di rendersi conto di cosa stessero davvero parlando. Ma lo scavo nella tradizione '60s qui è totalmente assente, anzi, il debutto della band pescava molto più dal Seattle Sound e dalle urla di Cobain in Bleach, per quanto il timbro di Molko fosse decisamente più nasale e sottile (esaltato peraltro dalla band stessa che, un po' come gli Smashing Pumpkins, tendeva ad abbassare le accordature degli strumenti). Il nume tutelare sarebbe comunque rimasto, da lì in avanti, David Bowie nei suoi istrionismi sessuali e atmosfere decadenti (quest'ultimo li avrebbe chiamati qualche mese dopo per suonare al Madison Square Garden in occasione del suo 50° compleanno assieme a Sonic Youth e Foo Fighters). Se quel tipo di glam anni '70 si era esaurito come fenomeno musicale, resisteva però come serbatoio culturale. Il quartetto lo reinterpretò in chiave moderna: meno lustrini e più ambiguità sessuale. Un richiamo talmente esibito da suonare come un grido di battaglia contro l'immagine ipermascolina del rock perpetuato da Blur e Oasis: i Placebo erano “gli altri'.

Del resto, il disco si apre con le rullate meccaniche e ossessive di Come Home, brano di una geometricità talmente minimale da ricordare le sfuriate dei Wire; Bionic si pone a metà strada tra il proto-punk e i Sonic Youth di Evol; l'estetica lugubre e un po' letteraria di Lady of the Flowers riporta alla freddezza emotiva dei Joy Division (accentuata anche dai robotici intermezzi vocali). Tutto un campionario '70s che riporta alla mente le immagini deteriori dei centri britannici post-industriali, cupi e degradati, quasi incubi distopici, dominati da un'apatia e una noia onnipresenti. Una rappresentazione non poco in controtendenza rispetto alla nazione, dinamica e fiduciosa nel proprio futuro, propagandata da Blair e compagni. L'album venne registrato in due soli mesi in Irlanda (tanto per aggiungere internazionalismo al progetto) negli studi Brad Wood, ma la band non era soddisfatta del lavoro, tanto da approfittare dell'uscita dei singoli per ri-registrare alcuni brani. Sebbene mancasse della spinta trainante di un singolo (Nancy Boy, per quanto riuscito, non ne aveva la forza), la ricezione critica fu comunque positiva e c'era chi, come NME e il The Washington Post, già designavano Molko come l'erede di Robert Smith.

Cosa è rimasto da allora? Preferiamo a questo punto lasciar parlare le immagini proponendo un estratto da una loro comparsata italiana a Segnali di Fumo con Paola Maugeri, in cui fumavano, bevevano e parlavano di tecniche di studio senza accennare, ma neanche vagamente, un sorriso forzato davanti alla telecamera: una roba che oggi, a 30 anni di distanza, sembra tanto all'avanguardia quanto appartenente a un'epoca ormai lontana.