Pop da condividere secondo Peter White

Pop da condividere secondo Peter White

Peter White sta costruendo uno spazio in cui il pop può ancora permettersi il lusso di rallentare. Con Aperitivo x2, il secondo EP della sua discografia, che chiude il percorso iniziato nel 2024 con Aperitivo, il cantautore romano mette insieme sei brani che suonano come fotografie scattate all’ora blu: relazioni sospese, città attraversate di notte, dubbi generazionali e quel desiderio costante di autenticità. Un progetto nato — parole sue — da “ragionamenti fuori dagli schemi”, con l'intento di tornare a scrivere canzoni che accadono, invece di canzoni pensate per funzionare. A parlarci del progetto è l'autore stesso


Hai detto che questo progetto nasce da un periodo di “ragionamenti fuori dagli schemi”. Quali erano in particolare gli schemi da cui volevi uscire?

Credo principalmente le logiche di mercato. Fare una melodia, scrivere una frase solo “perché funziona di più”. Mi aveva un po’ stancato questa ricerca frenetica dei trend al posto delle emozioni. Spesso ci dimentichiamo che la qualità richiede tempo, ma alla fine dura anche di più.

Hai detto anche che l’aperitivo è “più romantico di un pranzo ma meno impostato di una cena”. Prendendola più alla larga, l’aperitivo come concetto in questo senso è anche l’espressione di una generazione che vive tutto in transizione: relazioni, città, identità etc. È un po’ questo l’immaginario che hai voluto raccontare nel tuo lavoro?

È interessante questo punto di vista, forse sì. Diciamo che effettivamente l’aperitivo è un rito che sta un po’ nel limbo, così come le canzoni all’interno di questo EP, che assomigliano a piatti da mettere al centro del tavolo per condividerli. Ognuno ha il suo sapore distinto, eppure alla fine è l’esperienza complessiva che ti lascia dei ricordi. Magari qualcosa ti ha convinto più e qualcosa di meno, ed è giusto così.

Anni fa avevi dichiarato di sentirti “fuori da tutto”. Oggi, dopo anni di carriera e migliaia di stream, hai trovato un posto preciso nella musica italiana o continui a percepirti laterale?

Continuo ad essere indipendente e a curare ogni aspetto del mio lavoro. Credo che oggi in Italia siamo in pochissimi a farlo in questo modo. Questo non significa che sia meglio o peggio, ma è un dato di fatto: ci sono pregi e difetti. Un mio posto lo sto indubbiamente trovando, confermandolo canzone dopo canzone. È come se mi fossi costruito una casa e la gente venisse a trovarmi quando ascolta le mie canzoni.

Hai sempre tenuto insieme cantautorato e linguaggio pop contemporaneo senza scivolare davvero nell’indie classico né nel rap melodico. È una posizione cercata o semplicemente il risultato dei tuoi ascolti? Anche perché negli ultimi tempi la musica sembra essersi nettamente divisa tra iper-produzione e ritorno al cantautorato essenziale. Tu da che parte senti di stare?

Riflettevo proprio di recente di questo famoso “grigio” tra il bianco e il nero. Alla fine io sono sempre stato abbastanza naturale, facendo ciò che mi veniva e cestinando ciò che non mi rispecchiava. Penso che alla fine questi due estremi possano coesistere e, ti dirò, mi diverto a oscillarci un po’ in mezzo. A volte propendo per l’importanza della produzione, altre volte per l’autenticità del cantautorato essenziale. Spesso è la canzone a dirti di cosa ha bisogno.

In Cara Baby Blu c’è un passaggio in cui dice: “Mentre noi cerchiamo le risposte, la vita passa e non si fa domande”. Sembrerebbe una critica a una generazione iper-analitica. È una sensazione che percepisci? Come ti poni in relazione alla tua generazione?

Alla fine le grandi domande esistenziali hanno riempito la testa delle persone e volumi di tesi filosofiche. È vero però, noi ancora di più abbiamo la tendenza a voler capire tutto, a voler categorizzare tutto. Credo sia un riflesso del social e della tecnologia. Se c’è qualcosa che sfugge alle nostre certezze, allora vacilliamo. Io, essendo del 1996, sono proprio a metà tra i Millenial (in cui mi rivedo di più) e la Gen Z. In alcune cose mi ci sento ovviamente dentro, in altre meno. Da sempre mi affascinano gli anni ’60.

Nelle tue canzoni sembra che tutti stiano cercando qualcosa: una persona, una città, un momento preciso della vita. Tu sai cosa stai cercando invece?

Dipende dai momenti. Chi crea cerca sicuramente qualcosa ma non è detto che lo sappia a priori. Forse proprio quelle risposte di cui parlavamo nella domanda precedente. Alcune canzoni ti levano i dubbi, altre quasi te li mettono in testa, fa parte del gioco.

A livello stilistico hai avuto dei riferimenti musicali precisi che hanno definito la linea tracciata in questo disco?

Cerco di ascoltare poca musica in fase di scrittura, anche perché dopo svariate ore passate in studio esco con le orecchie che desiderano solo una vetta alpina e il silenzio che ne deriva. In ogni caso, per citare qualcosa che ha avuto un impatto su questo EP direi: De Gregori, Paoli, Elvis, Dylan, Wilco, Cage the Elephant e Alex Turner.

Il tuo tour sembra proprio l’antitesi dei live convenzionali di oggi, pensati per essere filmati più che vissuti. Tu invece stai costruendo appuntamenti piccoli, acustici, quasi rituali. Volevi abbattere una distanza tra artista e pubblico?

Hai centrato il punto. Il mio ultimo concerto romano indoor è stato l’Auditorium al Parco della Musica. Volevo ripartire dal basso, guardando negli occhi chi verrà ad ascoltarmi. Cercavo un modo autentico per festeggiare l’uscita di Aperitivo x2 e credo di averlo trovato!