Stay Hungry, Stay Indipendenti. Dischi Sotterranei si prepara alla sua ottava Festa

Stay Hungry, Stay Indipendenti. Dischi Sotterranei si prepara alla sua ottava Festa

C’è un momento esatto in cui si realizza quanto un’etichetta discografica abbia svestito il ruolo di mera griffe, per quanto underground, e sia diventata invece una vera e propria casa. Succede quando il successo della musica non dipende più dal numero di stream su Spotify, ma si traduce in sudore sui muri di un centro sociale, bicchieri rovesciati all'aperitivo o passaparola sui gruppi Telegram. La Festa di Dischi Sotterranei è arrivata così alla sua ottava edizione, e l'attesa è più avvertita che mai: un rito pagano che per tre giorni trasforma Padova nell'epicentro di ciò che di più vitale e visionario dal punto di vista musicale e controculturale si muove lungo la penisola. Dal 13 al 15 novembre al C. S. O. Pedro di Padova: tre giorni, tre palchi e un intero ecosistema artistico in fermento, per celebrare il meglio del sottosuolo musicale chiamando a raccolta quasi tutti gli artisti nel roster dell'etichetta e non solo (Post Nebbia, Satantango, Coca Puma, New Candys, Gazebo Penguins tra gli altri). Abbiamo fatto una chiacchierata con i fondatori dell'etichetta, Alberto Tessariol e Francesco Aneloni. Qui di seguito il nostro scambio:


Giunti all’ottava edizione della vostra festa, come pensate sia evoluta la vostra mission rispetto agli inizi e quanto è stato difficile mantenere intatta l’anima “underground”?

Francesco: Il movimento sotterraneo è nato 13 anni fa. Io, Alberto e altre persone avevamo delle band e abbiamo costituito un collettivo per programmare eventi. L'etichetta vera e propria nasce nel 2015, in risposta all'esigenza di bloccare la produzione artistica dei nostri progetti e di quelli intorno. I primi dischi che curammo all'inizio uscirono persino con altre etichette. Abbiamo iniziato più come management che come discografica. Poi le cose si sono messe a sistema nel 2019, quando abbiamo costruito la nostra azienda (ndr. Big Maff). Successivamente Novak è entrato nell'organizzazione con il disco di Jesse the Faccio, che è stato un po' il collante, dal momento che lo seguiva sia come manager che come chitarrista. Dischi Sotterranei negli anni è cresciuta, ma rimane indipendente al 100%: non abbiamo esclusive, e questo ci permette di sviluppare progetti in modo davvero libero. Una cosa piuttosto rara in Italia, anche per la difficoltà di costruire qualcosa che stia in piedi dal punto di vista economico e che permetta di muoversi all'interno del sistema musicale alternativo.

A differenza delle major, voi ascoltate un po’ tutto quello che vi arriva via mail. Riuscirste a individuare però un leitmotiv all'interno del vostro roster?

Alberto: È tutta una questione di attitudine, cerchiamo di rimanere underground. In realtà non c'è un criterio che riunisce tutti gli artisti che pubblichiamo, se non il voler fare le cose in un modo compatibile con il nostro: arrangiandoci in maniera libera, controculturale, un po' con una volontà di rottura.
Francesco: La verità è anche molto semplice: noi pubblichiamo la musica che ci piace. Ci possiamo permettere questo lusso, perchè per certi versi è veramente un lusso. Non siamo un'etichetta che pubblica le cose che pensa funzionino.

Ma oggi cosa può offrire concretamente un’etichetta indipendente a un artista rispetto ai canonici servizi di distribuzione?

Alberto: La distribuzione è la conseguenza tecnica di quello che fa un'etichetta, ma il modo in cui lo interpretiamo noi è creare una community, sia di artisti che di pubblico. Noi siamo anche manager di una parte degli artisti per i quali mettiamo a disposizione la nostra esperienza. Cerchiamo di costruire un progetto che rispetti la loro idea creativa, ma che sia anche funzionale per il mercato, per quanto alternativo. Cerchiamo di fare un po' di divulgazione e formazione su dei temi su cui troppo spesso gli artisti non sono abbastanza preparati: come funziona la musica dal punto di vista editoriale, che giri fanno i soldi all'interno del sistema-musica etc.
Francesco: Il mercato discografico negli ultimi 15 anni si è stravolto completamente: siamo passati dal boom dei CD alla pirateria e poi allo streaming. Il ruolo tecnico dell'etichetta discografica per certi versi si è annullato perché adesso qualsiasi persona può distribuirsi la musica sa solo. Io credo che, come etichetta indipendente, il vero scopo sia quello di coltivare una scena musicale, una comunità di persone. Soprattutto in un momento storico in cui siamo pieni di community digitali.

Avete dimostrato anche che si può fare discografia di livello nazionale rimanendo a Padova. È stata una scelta di resistenza o più una fortuna logistica?


Alberto: È un atto di resistenza. È una scelta forte che è stata presa un po' di anni fa. Tutto quello che è fuori Milano è considerato provincia, ma tutti siamo provincia di qualcuno. L'idea era di lavorare sugli spazi fisici, sulle comunità. Nel nostro caso è partita davvero come una scena locale che esisteva solo in astratto. L'abbiamo coltivata, facendone parte prima come musicisti e poi come adetti lavori e promotori sociali per certi versi. Si è allargata sempre di più fino ad oggi che ha assunto una dimensione nazionale. Però l'attitudine è rimasta la stessa: facciamo le stesse cose, solo con strumenti, maturità e budget diversi.
Francesco: Anche perchè se lavori su quanti ascoltatori riesci a fare su Spotify e provi a far uscire dischi che pensi funzionino, ma i competitor sono Sony e Warner, perdi partenza, perché lavori su segmenti di mercato che sono troppo distanti, come budget. Lo scopo è quello di spostare le persone una alla volta fisicamente, lavoriamo sui fan.

Oggi c'è anche la dimensione social che ha un peso determinante. Voi, al contrario, quanta importanza date all’esperienza dal vivo di una band prima di decidere di lavorarci?


Alberto: 10.000 volte più che i numeri dei social che, al contrario, sono solo una conseguenza. Parli con un'etichetta che ha pubblicato non so quanti esordi, gente che aveva zero follower. I social sono un bel mezzo di comunicazione: per noi è importante e ci investiamo tanto tempo. Però non sarà mai tra i nostri criteri di selezione degli artisti perché è effimero e volatile.

Eppure siete riusciti a portare artisti del vostro roster sui palchi dei principali festival italiani. Con che ambizione guardate adesso al futuro? Qual è il grande sogno nel cassetto?

Francesco: Una grande sfida è quella di rimanere come siamo adesso dal punto di vista delle scelte, dell'attitudine e del modo in cui facciamo le cose diventando sempre più grandi.
Alberto: Secondo me il nostro sogno dovrebbe essere che il contesto attorno a noi cambi in meglio, perché quello che facciamo è veramente innaffiare i fiori nelle crepe del cemento. Se ci fosse più prato non sarebbe male. Veniamo da una regione in cui i soldi pubblici per la cultura non esistono e gli spazi per fare cultura sono sempre meno. È questo il mio sogno, perché sono tranquillo che quello che faremo noi avrà sempre il valore che desidero: lo controlliamo al 100%, siamo liberi e indipendenti.

Chiudiamo con una raffica di domande in un minuto:

Un artista italiano del passato che avreste voluto nel vostro roster?

Alberto: gli Scisma

Il disco che avete pubblicato che avrebbe meritato più attenzione?

Francesco: Boy di Ferro (ndr. Visconti, 2024)

La soddisfazione più grande da quando avete aperto l’etichetta?

Alberto: organizzare l'ottava edizione della Festa

L’investimento più folle di questi anni?

Francesco: Forse dal primo Sub Cult Festival, che era il primo evento che abbiamo organizzato. Eravamo veramente degli incoscienti: banco scoperto, senza soldi per coprire i debiti...

La frase che dite più spesso ai vostri artisti?


Alberto: "Puoi rispondermi, per piacere?"

Il supporto musicale che secondo voi tornerà di moda nei prossimi 5 anni?

Francesco: mi piacerebbe il CD anche se non capiterà mai