Trust the Mask - Itch

Trust the Mask - Itch
7.0

Si prova un certo prurito ("Itch") nell'esser costretti ad assistere passivamente alla stasi zombesca, nostra e del resto della popolazione, causata dal protratto e ambiguo bilico tra coscienza desta e anestesia. Certo poi bisogna anche avere idee chiare sul contesto. È un electroclash che guarda molto al passato quello nel secondo album delle Trust the Mask, che fa il paio a suo modo con le liriche. Il triangolo delle Bermuda del Potere ("Red eyes, blue lights, green paper", alias insonnia, polizia e soldi), le "cravatte che si trasformano in cappio" o "i vestiti neri che piangono" rimandano piuttosto agli anni degli yuppies e del neo-liberismo trionfante, che al tardo-capitalismo precario e algoritmico della nostra epoca. Sembrano distanti anni luce i tempi in cui il sogno (borghese e millennial) "di comprare una piccola casa" sembrava alla portata di tutti: sogni prefabbricati, certo, “made of rubber made of cheap glass”, ma oggi quasi solo rendering.

Bypassando però questa distonia temporale, Itch si rivela un concentrato di frustrazione urbana e contemporanea, intriso di (queste sì ancora oggi presenti) maschere sociali, scadenze opprimenti, ricatti aziendali, relazioni usa e getta e desideri mercificati. Il duo vicentino, qui al debutto con Costello's Records, conferisce a questo pamphlet uno spirito punk, attraverso staffilate new rave dai forti richiami dark e una spiccata propensione per la pista da ballo. Se Puppet e Policeman virano verso le atmosfere shoegazy e i beat incessanti dei Ladytron, con Homework e Roulette ci si addentra in atmosfere decisamente più darkwave e industrial, quasi sulla scia di Boy Harsher. L'intento psichedelico è più rivolto allo stordimento dei sensi che alla ballabilità, lo si respira sin dai primi minuti di Default, toccando però il suo apogeo in Vultures (featuring Mai Mai Mai). Decisamente più votata alla grandeur e all'emotività è, invece, (e in questo senso si tratta forse dell'unico capitolo della scaletta) la chiusura del disco con Eat Gold, con la sua scia finali d'archi drammatici pronti a trasmetterti tutto il disagio di un mondo e un sistema al collasso.

Rispetto al debutto (Idiom, 2023), il sophomore delle Trust the Mask sembra scurire nettamente le tonalità e infittire i beat per diffondere un senso di più forte claustrofobia urbana ed esistenziale, un incubo kafkiano di impossibilità di uscita da un sistema che si odia, ma di cui si è assuefatti. L'attitudine punkettona e da rivoluzionarie post-moderne emerge tutta; l'album ha anche una bella tigna che non fa calare quasi mai lo slancio. Consigliato.