Annie Taylor - Out of Scale
7.2
Potrà sembrarvi l'effetto di un qualche strano oppiaceo ciò che state per leggere, ma attualmente in Svizzera vegeta una sorta di scena grunge. Beninteso, vegetare non vuol dire prosperare, ma basta fare una ricerca per rimanere sorpresi all'idea di un piccolo e fuzzoso revival di band in camicia di flanella nella terra degli orologi a cucù (Naked Soldier, Bahnofbuffet Chancental, Radiostrange). Ultima declinazione del filone, ma di portata ben più europea, il progetto Annie Taylor, il cui nome deriva da una donna controcorrente, la prima a essersi lanciata (sopravvivendo) dalle cascate del Niagara in un barile (inutile aggiungere altro). Ebbene, dopo due album (Sweet Mortality, 2020; Inner Smile, 2023), il quartetto formatosi sulle cime elvetiche ha esportato il rock delle Alpi anche oltreoceano, con fiammeggianti performance al SXSW e al KEXP. Tornano adesso con il terzo capitolo della loro discografia, Out of Scale, tramite Clouds Hill, e non perdono tempo nello sfogare da subito una furia catartica come non siamo più abituati a sentire qui in Italia da un po'. Alligator sembra una versione anni '20 (quelli del nostro secolo, sottinteso) dell'apertura nirvaniana di Bleach, con la cantante Gini Jungi, una via di mezzo tra Kim Gordon e PJ Harvey, a sputare caramellose melodie dal retrogusto acido (in realtà il processo è esattamente inverso: la voce suona avvelenata al primo ascolto, salvo rivelarsi mega-catchy ascolto dopo ascolto).

Non si esce vivi dagli anni '90. Pezzi come Lucidity tradiscono totalmente questa stasi di spirito, anche se il limbo temporale sembra più quello già post-Cobain: un rock chitarristico, certo, ma meno abrasivo e sfrontato, più zuccherino e vicino alle Hole. Già in That City, ad esempio, tutto si fa più melodico e sognante, a tratti persino raffinato, aprendo a un certo flirt con i toni sommessi del folk che seguirà anche in The Ocean, una ballad brit, un po' mesta senza mai diventare funerea. Places le fa il paio con la sua chitarrina sporca e una melodia da overdose d'endorfina. E così con questo perpetuo moto di saliscendi si scorre il disco fino alla fine, con The Cure e What Do You Have to Sell che recuperano in parte il tiro psichedelico da Gioventù Sonica, senza affondare davvero fino in fondo la lama del noise.
Il senso generale che si intuisce in controluce dai testi è sempre un po' quella fuga da un mondo sovraccarico e performativo (paradigmatica Overload in questo senso), ma il titolo che dà il nome al lavoro, Out of Scale, prometteva qualcosa di fuori dal range del convenzionale, che eludesse la norma. Qui siamo davanti a un disco senz'altro godibile, energico e con un'identità precisa, uno di quelli che ti fa rivalutare i primi dischi dei Garbage ora che hanno perso il loro mordente, ma che al tempo stesso sembra non volersi sporcare troppo le mani col rischio di perdere campo sul fronte-radiofonia, che non spinge abbastanza dove avrebbe potuto farlo.