Lowertown - Ugly Duckly Union

Lowertown - Ugly Duckly Union
6.5
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C'è un aspetto della Gen Z che, da millennials basso-imperiale quale sono, mi manda sempre un po' fuori dai gangheri. Mi riferisco a quella tendenza nel volersi identificare in 'outsider' del tutto nominali, personaggi con l'etichetta di 'freak' incollata alla voce 'genere' sulla carta d'identità, ma che alla luce del giorno si manifestano come gli individui teen più fascinosi, trendy e al tempo stesso normativi che potresti aspettarti. Beninteso, anche la generazione precedente aveva i suoi Robert Smith, gente che si sbavava la matita sotto gli occhi e invocava il suicidio per poi regalare al mondo le più piacenti caramelle pop che la Storia ricordi, ma aveva anche i vari J Mascis, Elliott Smith, Daniel Johnston, personalità che con un certo imbarazzo immagineresti in un contesto sociale. Questo preambolo per parlare dei Lowertown, un duo di Atlanta composto da Olivia Osby e Avsha Weinberg, 24enni amici dai tempi della high school, con all'attivo già 3 album (Friends, 2019; The Gaping Mouth, 2021; I Love to Lie, 2022). Due volti che a colpo d'occhio immagineresti un patinatissimo mix tra Timothée Chalamet e Courtney Love, e che invece sfornano un bedroom pop che trasuda disagio dal primo secondo. Si tratta di uno dei progetti che ha risalito la china delle scalate algoritmiche grazie all'estetica da Gen Z angst, tutta produzioni lo-fi e testi diaristici, particolarmente congeniale al micro-formato della viralità social e a spazi di nicchie online come Reddit o Tumblr. Terminata la collaborazione con la britannica Dirty Hit (label già di band come The 1975 e Wolf Alice) che li lanciò nel panorama indie, il duo americano rilascia ora il suo quarto capitolo discografico con la Summer Shade, sussidiaria dell'americana Run for Cover. Una separazione che, a detta degli stessi Lowertown, ha accompagnato un periodo particolarmente difficile della loro esistenza, convincendoli a riavvolgere il nastro della propria parabola per tornare al "punk" delle origini.

Tutto Ugly Duckly Union ruota attorno al tema della crisi di identità, del 'chi sono davvero?': nell'opening si chiedono "“Maybe I'm good, maybe I'm bad”, che suona un po' come una riflessione prepuberale fuori tempo massimo per un 24enne. Ma è un'estetica infantile volutamente ricercata (“Maybe I'm a baby that's just been born”), come dimostra l'infantilesco seguito nella setlist (“I’m your worst friend”) o la fuga adolescenziale di Big Thumb (“I don’t know which way to go”). L'adolescenza intesa non come fase anagrafica, ma come metafora di 'fluidità' della nostra contemporaneità. Un'idea non propriamente originale, ma che se non altro suona bene. La band fa i compiti a casa e il disco mostra come abbiano addomesticato le atmosfere più morbose di Evol per poi ricongiungerle, in un lavoro di scavo e studio, alle loro stesse radici con Sunday Morning dei Velvet Underground e a tanto indie folk contemporaneo come Alex G. Il malessere trasuda nella voce un po' flemmatica di Olivia sullo strumming paradisiaco di Mice Protection e sulla kimgordiana Echo of Desire.

Gli arpeggi elegiaci di Forgive Yourself spingono i due verso un'auto-fustigazione degradante nel riconoscere la propria tossicità ("Greedy little piggy”). I momenti più distesi (Cover You) sono presto sconfessati da invettive come Dipsh*t o (I Like To Play With) Mutts, che pur riprendendo di nuovo i Sonic Youth, quantomeno a questo giro punta il dito fuori di sè puntando al marcio nel Sistema. Ogni atto artistico originale richiede sacrificio e sofferenza, come dicono in Anything Good Takes Blood: se nel quarto disco dei Lowertown la seconda sta nell'accettare la propria imperfezione, il primo non viene portato mai fino in fondo, cercando una forma musicale controllata (per non dire conformata) che finisce per non risaltare l'autenticità decantata, se non proprio spegnerla in omologazione.