Jozef Van Wissem: "Dopo 20 anni di musica insieme, Jarmusch non smette di sorprendermi"
Un sodalizio artistico che dura da quasi 20 anni, nutrito da un'affinità elettiva profonda e da una costante voglia di deragliare dai confini prestabiliti. Il compositore Jozef Van Wissem e il regista-musicista Jim Jarmusch tornano insieme per un doppio album, Bocca di Lupo e Mouth of the Wolf, nato tra le pieghe di un’estate italiana e registrato a Bologna presso gli storici Fonoprint Studios. Abbiamo intercettato Van Wissem per farci raccontare questo nuovo capitolo: dai retroscena dei suoi soundtrack di culto, come la qui rivisitata Only Lovers Left Alive, fino alla sua indole 'punk' e alla sua personalissima mission di liberazione del liuto dalle strettorie della musica classica e dell'accademismo. Qui di seguito la nostra conversazione:

I due dischi prendono il nome da Via Bocca di Lupo a Bologna, dove avete registrato presso i Fonoprint Studios. Quanto ha influito l'atmosfera di Bologna, e più in generale l'immaginario italiano, nel plasmare l'identità di questi due album?
Eravamo lì perché Jim stava presentando il suo film Only Lovers Left Alive in Piazza Grande davanti a 5.000 persone. Prima di allora, avevamo fatto una settimana di prove a New York e due concerti a New York e a Chicago. Dopodiché, un paio di settimane più tardi, siamo andati a Bologna. All'inizio andavamo semplicemente in giro per il festival a guardare film, poi siamo entrati in studio. Il fatto è che la compagnia aerea avevo perso la mia chitarra. Un brutto segno, perché di solito suono la 12 corde, mentre per le registrazioni mi hanno prestato una chitarra elettrica a 6 corde. Questo ha cambiato molto il sound, ma ha anche fatto nascere il riff di Never Like You Said. L'atmosfera era fantastica, molto improvvisata: avevamo questo grande studio con tutti gli strumenti a disposizione. Abbiamo lavorato duro in quei giorni, tant'è che abbiamo inciso due dischi invece di uno. Alcuni brani in realtà erano già scritti, quindi non è stato fatto tutto dal nulla, ma devo dire che era un ambiente bellissimo per far fluire le idee. Per quanto mi riguarda, quando sono in Italia mi sento sempre molto a casa, che sia Bologna o Roma. Anche perché adoro l'umorismo degli italiani: sono davvero divertenti, a differenza degli altri europei.
Avete scelto di pubblicare due album separati, racchiusi in copertine diverse: Bocca di Lupo da un lato e Mouth of the Wolf dall'altro. Rappresentano due facce della stessa medaglia o due mondi sonori completamente indipendenti?
Mouth of the Wolf è come un ripensamento, o un'evoluzione arrivata dopo tutti gli altri brani. Questo perché Mouth of the Wolf è più un suono selvaggio in cui lasciarsi andare, formato da due pezzi lunghissimi (circa 20 minuti l'uno) che funzionano quasi come musica d'arredamento: ci entri dentro e non ne esci più. L'altro disco, invece, contiene brani più brevi. Direi che c'è una dinamica diversa: in Mouth of the Wolf l'atmosfera si avvicina di più alla musica contemporanea. Si potrebbe dire che ha un'impronta metal, ma secondo me ha anche il sapore della musica classica contemporanea. L'esperienza d'ascolto di questi due lavori è molto diversa l'una dall'altra.

L'album si apre con una nuova versione di Only Lovers Left Alive, un brano che hai scritto ancora prima di vedere le riprese del film e dei premi che sono seguiti. Potresti dirci qualcosa in più su come è nata questa collaborazione e perché avete deciso di rivisitarla qui?
Jim aveva da parecchio tempo l'idea per un film su un vampiro che suona il liuto, così mi ha chiesto di occuparmi della colonna sonora. Ci eravamo già conosciuti qualche anno prima e avevamo iniziato a frequentarci: in quel periodo ci vedevamo spesso a New York, uscivamo insieme e parlavamo di musica. Avevamo davvero molte cose in comune, ascoltavamo la stessa musica. Quando me lo ha chiesto, non avevo ancora visto il film, così ho scritto 8 pezzi per liuto che hanno fatto da base per la colonna sonora; uno di questi era Only Lovers Left Alive. In seguito ne ho aggiunti altri, sia da solo che in studio. È stato un periodo molto particolare perché ero continuamente in tour. Ho composto la colonna sonora in una pausa tra una tournée e l'altra, in una casa dove vivevo da qualche mese con la mia ragazza ed è stato tutto molto spontaneo e improvvisato. Ricordo che Only Lovers Left Alive è stato l'ultimo pezzo in cui ho usato la voce parlando; dopo di allora non l'ho più fatto, e da quel momento in poi il mio modo di scrivere e registrare è diventato più "pulito".
Di solito preferisci comporre le colonne sonore, non solo per Jarmusch, creando la musica prima di vedere le immagini. Perché ritieni chei due medium debbano mantenere una propria narrazione indipendente?
È importante che la musica venga prima, che non si non lasci influenzare dalle immagini. Altrimenti saresti come una scimmia che reagisce a quello che vede, non è interessante: la musica deve raccontare la propria storia. In questo modo si crea uno strato a sé stante sotto al film, con una propria narrazione. Ecco perché preferisco scrivere qualcosa basandomi sulla personalità del regista o lasciandomi influenzare dal suo modo di essere, piuttosto che dallo script o dalle idee del film in sé. Cerco prima di tutto di essere indipendente e di avere una storia autonoma. Questo rende il film ancor più stratificato, con due cose che accadono contemporaneamente: le immagini e la musica che raccontano una storia diversa, e a un certo punto possono incontrarsi.

Il tuo sodalizio artistico con Jim dura ormai da quasi 20 anni. Dopo tanti anni passati a fare musica e cinema insieme, riuscite ancora a sorprendervi a vicenda o si è creata una sorta di telepatia creativa?
In questo caso mi ha sorpreso durante le registrazioni a Bologna, perché Jim scriveva i testi sul momento. Non ci limitavamo a inventare i brani lì per lì, lui scriveva proprio le parole al momento e le provava un po' come un toaster reggae che sperimenta parole e rime al microfono. È stato del tutto inaspettato, è stato un modo di lavorare davvero dinamico e improvvisato. È un processo molto creativo che dà grande soddisfazione, perché si tratta di creazione pura ed è un po' la vera ricompensa di tutto il lavoro.
Hai affermato più volte di voler liberare il liuto dal museo in cui la musica classica l'ha rinchiuso, portandolo a diventare uno strumento davvero "pop" o persino punk. Durante i tuoi concerti, i puristi della classica a volte storcono il naso,mentre gli amanti della musica sperimentale ne sono affascinati. Qual è il tuo rapporto con la tradizione accademica?
Ho studiato con un maestro a New York che era una persona mentalmente molto aperta. Anche lui era un ex chitarrista, allievo del Reverend Gary Davis (proveniva dal country blues per poi studiare musica antica). La primissima cosa che mi ha detto è stata: «Se vuoi campare suonando il liuto, devi scrivere i tuoi pezzi». Un accademico europeo non direbbe mai una cosa del genere. Gli insegnanti di musica classica sono contrarissimi a questo: dicono che devi suonare esattamente ciò che c'è scritto sul foglio. Il che è ridicolo, perché persino quello che è scritto non è altro che l'interpretazione di un'improvvisazione. Ho studiato musica classica per molto tempo, ma voglio liberare lo strumento da questi retaggi accademici: per me il liuto non è un pezzo da museo, è uno strumento pop. Era popolarissimo all'epoca, nel '600 e nel '700, poi per un po' è scomparso ma è tornato, e adesso è di nuovo qui. Non trovo giusto che ci siano poche persone che stabiliscono le regole per la musica. Comunque ci sono anche persone nell'ambito della musica antica a cui piace quello che faccio, perché pensano che ridia nuova vita allo strumento — cosa che credo stia succedendo davvero.
Ci sarà un tour europeo per la promozione del nuovo album?
In questo momento io sono in tour, vado un po' dappertutto, ma credo che anche Jim inizierà a girare a breve. Non ne sono certissimo, ora ha del lavoro cinematografico da fare. Quindi per ora come duo siamo fermi, ma spero che alla fine partiremo e che torneremo in Italia. Sarebbe davvero bello!
